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L’effetto Matteo: i ricchi sono sempre più ricchi, e i poveri sempre più poveri

Antonio Marín Segovia-cc
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Serve una politica sociale che torni a dare valore alla stabilità della famiglia, il migliore antidoto contro l'individualismo, la povertà e l'esclusione sociale

Appena qualche settimana fa, la Commissione Europea ha pubblicato il rapporto 2017 sulla Spagna. Le conclusioni che si possono trarre da questo studio sono che, sebbene il Paese europeo abbia apparentemente superato la crisi, i miglioramenti di alcune variabili macroeconomiche “si sono tradotti in cali minimi dei tassi di povertà ed esclusione sociale”.

Nonostante l’ottimismo derivante dalla ripresa, ci si trova quindi in una situazione estremamente fragile, soggetta ad eventuali e inaspettati cambiamenti dei mercati.

Sentendo queste diagnosi, tendiamo a dare la colpa di tutto ad entità eteree o astratte come il mercato, retto da complesse leggi di natura finanziaria, quasi magiche, prevedibili soltanto dai grandi computer e dai loro algoritmi segreti.

Sembra quasi di dipendere dai capricci di divinità greche, dalla volontà arbitraria di un mostro neoliberista a cui il FMI, le misure di austerità dell’Unione europea, la signora Merkel e ai nostri rispettivi governi, danno da mangiare ogni giorno affinché non ci divori.

Bruxelles dice che, nonostante l’innegabile ripresa, “la disuguaglianza tra il 20% più ricco e il 20% più povero è uno dei più alti dell’Unione, e continua a salire”.

Come indicato nel quotidiano El Pais, “il rischio di povertà è ben al di sopra delle cifre che ha trovato Rajoy [primo ministro della Spagna, ndt] al suo arrivo alla Moncloa [la residenza ufficiale del primo ministro, ndt]. I livelli, sempre superiori alla media europea, sono particolarmente elevati nel caso dei bambini e delle persone in età lavorativa: Bruxelles mette in evidenza il rischio che in Spagna si registrino tassi di povertà notevoli anche tra coloro che hanno un lavoro”.


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In gran parte, si legge nel documento citato, questa preoccupante situazione è dovuta a una delle misure che la stessa Commissione europea ha presentato come rimedio alla crisi economica e al rischio di fallimento: l’eufemistica “flessibilizzazione” del mercato del lavoro, che non sta raccogliendo i risultati sperati. In Spagna, sempre più persone sopravvivono con contratti precari i quali, inoltre, sono dannosi per quella produttività di cui si parla tanto, per le entrate fiscali e per la sicurezza sociale.

Ma per un attimo mettiamo da parte l’astrazione e la prospettiva marxista, e concentriamoci sul mondo liquido di relazioni sul quale galleggiamo. Lo studio empirico citato sopra, condotto sulle famiglie dei paesi OCSE, produce risultati inaspettati per le previsioni del comportamento basate sulla “teoria della seconda transizione demografica”, fino a poco tempo fa accettata unanimemente dal mondo scientifico. Secondo questa teoria, l’emancipazione della donna, l’individualismo dilagante e la creazione di nuovi diritti nelle nostre società globalizzate, si tradurrebbero non solo in una diversificazione del tipo di famiglia, ma anche in una società più frammentata e con molta “meno famiglia”.

Tuttavia, con l’avvento del secolo XXI, i dati stanno smentendo le ragioni di queste previsioni. Sono sempre di più gli studi empirici che mostrano che, nelle classi più istruite, il matrimonio è nuovamente valorizzato e gode di una nuova vitalità. Una delle possibili spiegazioni sociologiche di questo fenomeno sarebbe la maturazione della cosiddetta rivoluzione di genere.

Inizialmente, questa rivoluzione consisteva principalmente nel pieno inserimento della donna nel mercato del lavoro. Questo processo è iniziato nelle classi più colte e, senza dubbio, ha avuto effetti negativi sui rapporti di coppia. All’inizio il divorzio riguardava le classi medio-alte, e solo con il tempo è stato incorporato nel comportamento sociale dei meno istruiti. Questo ha fatto prevedere l’adempimento della “teoria della seconda transizione demografica”, cioè che nella società si sarebbe avuta sempre “meno famiglia”.

Tuttavia, la rivoluzione di genere sembrerebbe vivere un secondo momento.

Progressivamente, gli uomini hanno iniziato ad occuparsi delle faccende domestiche. Non solo come conseguenza delle varie lotte per l’uguaglianza, ma, soprattutto, per amore verso le proprie partner, che vanno a lavorare proprio come gli uomini, e tornano a casa stanche quanto loro.

Questo cambiamento ha anche iniziato ad avvenire nelle fasce più istruite. Le donne vogliono sposare qualcuno che possa soddisfare le loro reali esigenze della vita, e lo trovano nella classe medio-alta. Il che favorisce la resistenza del legame e inverte la tendenza prevista dalla teoria della seconda transizione demografica per le classi culturalmente privilegiati.

Oggigiorno la maggior parte delle coppie convive. Ma dopo l’arrivo del primo figlio, chi ha un’istruzione maggiore tende a sposarsi di più di quelli meno istruiti. Tra le classi più colte della popolazione, il matrimonio è diventato una sorta di traguardo di una buona relazione. Il che va a beneficio, come è dimostrato da numerosi studi, sia di coloro che sono coinvolti che dei loro discendenti, a condizione che non vi siano state situazioni di violenza o di alta conflittualità.

I dati mostrano anche che le donne più istruite tendono a separarsi di meno rispetto a quelle con un livello più basso di istruzione, che siano sposate o che convivano.

Un altro fattore che la letteratura scientifica considera rilevante quando si tratta di comprendere le relazioni di coppia in funzione della classe sociale a cui appartiene, oltre alla già citata progressiva gestione dei lavori domestici da parte dell’uomo, è la crescente precarizzazione dei lavoratori meno istruiti. Questa tipologia di lavoro, favorita dalle recenti riforme del lavoro, rende estremamente difficile considerare l’idea di portare avanti un progetto vitale tanto importante quale è il mettere su famiglia.

Vediamo dunque che anche nel campo delle relazioni affettive si registra l’effetto Matteo, secondo cui “a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha”.

Mentre le “privilegiate” migliorano la propria qualità della vita, in parte grazie al fatto che si sta tornando a dare valore al matrimonio e alle relazioni stabili, le donne meno istruite tendono ad avere una minore stabilità di coppia: non trovano nessuno che condivida con loro le faccende domestiche, né trovano un modo per mettere su famiglia, considerando i miseri stipendi che hanno sia lei che il suo eventuale partner.

Quindi vale la pena formulare nuovamente, in modo opportuno, la flessibilizzazione del mercato del lavoro, per evitare che diventi lavoro precario.

Non bisogna solo avere timore della decrescita o del potenziale “choc” economico del quale ci ammonisce il citato rapporto. Serve anche una migliore politica sociale, che crei condizioni decenti di vita in cui le donne delle classi inferiori abbiano anch’esse l’opportunità che hanno le donne più istruite, in cui si torni a dare valore ai legami duraturi e alla stabilità delle famiglie, che sono i migliori antidoti contro l’individualismo, la povertà e l’esclusione sociale.


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Con la collaborazione di Anna Garriga Alsina, ricercatrice presso la Universitat Pompeu Fabra (Barcelona).

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Valerio Evangelista]

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