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Amoris laetitia, ecco le linee guida dei vescovi campani 

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È il primo documento approfondito e ragionato per l’applicazione di Amoris laetitia di una conferenza episcopale regionale italiana. A discuterlo e ad approvarlo all’unanimità, in data 30 gennaio 2017, sono stati i vescovi della Campania. Le linee guida saranno illustrate nei prossimi giorni dal vescovo di Pozzuoli Gennaro Pascarella e sono state anticipate dal sito Puntofamigliadal blog del Regno “L’indice del Sinodo”. È un contributo ragionato, derivante da una lettura attenta dell’esortazione di Papa Francesco, e significativo perché frutto di una discussione collegiale, che propone alcune linee guida per i sacerdoti e le comunità. Un testo destinato a inserirsi nel vivace dibattito attorno ad Amoris laetitia. Vi si premette che non si tratta di un «prontuario» ma di «orientamenti», invitando a prendere in considerazione l’intera esortazione apostolica senza soffermarsi soltanto sul capitolo VIII dedicato alle famiglie «ferite». 

I vescovi della Campania chiedono dunque che Amoris laetitia sia approfondita senza fretta né letture parziali, valorizzando «una recezione sinodale: presbiteri, operatori di pastorale familiare, responsabili degli uffici diocesani, coppie, ecc.». Si sorta ad annunciare «in modo integrale» il Vangelo del matrimonio, per farne riscoprire innanzitutto la bellezza, scegliendo un «linguaggio non astratto, ma che esprima la vita concreta delle coppie e delle famiglie, indicando con chiarezza la meta e condividendo, nello stesso tempo la fatica e le difficoltà per raggiungerla». La preparazione al matrimonio, spiegano i vescovi, «deve concentrarsi più sul Kerigma», cioè sull’essenziale dell’annuncio cristiano, «e meno sugli aspetti tecnici». Si insiste anche sull’importanza di «accompagnare gli sposi nei primi anni di vita matrimoniale», valorizzando al contempo «le occasioni nelle quali si possono incontrare le coppie di sposi giovani che si sono allontanate». 

Per quanto riguarda l’accompagnamento, il discernimento e l’integrazione delle famiglie ferite, i vescovi campani spiegano che «non si tratta di fare sconti sulla verità della chiamata alla perfezione evangelica» ma di «“farsi uno” con ogni persona per dischiudere con l’amore, dall’interno di ogni situazione, la via che porta a Dio». I vescovi osservano che l’esortazione «non dà ricette ma apre percorsi da intraprendere e possibilità da scrutare», vista «l’innumerevole varietà di situazioni concrete». Bisogna dunque «ben discernere le situazioni».  

Vengono quindi elencati i soggetti di questo itinerario. Innanzitutto le persone stesse che vivono «le diverse situazioni di fragilità o imperfezione». Poi il sacerdote, chiamato a una faticosa pastorale di accompagnamento e discernimento. A questo proposito le linee guida richiamano «alcuni possibili rischi, quali, ad esempio, quello di procedere in ordine sparso o in modo frammentario, con l’inevitabile conseguenza di mettere in atto pratiche difformi che inducano a separare sacerdoti, dividendoli in cosiddetti “lassisti” e “rigoristi”, creando disorientamento tra i fedeli. Al fine di custodire la comunione ecclesiale, il riferimento al vescovo rimane fondamentale per il discernimento». Il terzo soggetto è un «Servizio diocesano» rivolto ai separati e ai divorziati risposati, «sia per la verifica della nullità matrimoniale sia per l’eventuale inizio del percorso di riammissione alla Comunione Eucaristica». Infine il quarto soggetto è rappresentato da «coppie guida di altre coppie», dato che «non è pensabile che siano solo i presbiteri ad assumere il compito di guide spirituali». 

Questo cammino, si legge nel testo dei vescovi campani, «non finisce necessariamente nell’accesso ai sacramenti (che come abbiamo visto poco più sopra viene annoverato tra le possibilità, ndr), ma può anche orientarsi ad altre forme di integrazione proprie della vita della Chiesa». Vengono quindi proposte alcune tappe per questo itinerario, a partire dal discernimento che «distingua adeguatamente caso per caso», dato che le storie delle persone non sono tutte uguali, come ha ribadito il Papa in Amoris laetitia valorizzando una citazione già contenuta in Familiaris consortio di Giovanni Paolo II. Ed «è necessario anzitutto che la persona riconosca la propria situazione di fragilità e che questa non corrisponde al progetto di Dio sulla coppia umana e non ostenti la propria situazione «come se facesse parte dell’ideale cristiano». Come pure è necessario che «la persona sia credente e creda nel progetto di Dio sul matrimonio». 

Bisogna poi rileggere la storia del proprio matrimonio, per verificare se esso sia valido, e in caso di validità del sacramento, «sarà utile fare un esame di coscienza, tramite momenti di riflessione e di pentimento», chiedendosi come ci si è comportati verso i figli quando l’unione è entrata in crisi, se ci sono stati tentativi di riconciliazione, qual è la situazione attuale del partner abbandonato. Da considerare anche il rapporto con la comunità ecclesiale di appartenenza: quali conseguenze ha la nuova relazione sulla comunità dei fedeli. 

I vescovi campani scrivono quindi che «se si giunge a riconoscere che, in un determinato caso, ci sono dei limiti personali che attenuano la responsabilità e la colpevolezza, il Documento apre la possibilità dell’accesso ai sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia». Ma «bisogna evitare di capire questa possibilità come un semplice accesso “allargato” ai sacramenti, o come se qualsiasi situazione giustificasse questo accesso. Può essere opportuno che un eventuale accesso ai sacramenti si realizzi in modo riservato, soprattutto quando si possano ipotizzare situazioni di disaccordo. Ma allo stesso tempo non bisogna smettere di accompagnare la comunità per aiutarla a crescere in spirito di comprensione e di accoglienza, badando bene a non creare confusioni a proposito dell’insegnamento della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio». 

Le linee guida dell’episcopato campano sottolineano poi l’importanza fondamentale della formazione dei sacerdoti e degli operatori pastorali, proponendo programmi organici nelle singole diocesi, e a livello regionale, una Scuola di formazione per operatori di pastorale familiare. Auspicando anche che nel percorso formativo dei seminaristi «non manchi la presenza di famiglie». Infine, i «servizi ecclesiali». «Se i divorziati risposati fanno un cammino di fede e sono integrati nella comunità ecclesiale, si potranno ritenere superate alcune forme di esclusione attualmente praticate nell’ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale: essere membro del Consiglio pastorale, catechista, lettore, insegnante di Religione cattolica». Ma non «ministri straordinari della Comunione». E «riguardo alla funzione di padrino o di madrina, così problematica per la richiesta di tante persone che non praticano la Chiesa o danno controtestimonianza, si potrà gradualmente arrivare a responsabilizzare la comunità ecclesiale». 

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