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Ho tremato di paura di fronte a Dio che voleva “trasformarmi” in suora...

©Jeffrey Bruno

Casey McCorry - pubblicato il 06/03/17

... fino a quando ho ricevuto una lezione assai necessaria sul fatto che c'è più di un modo per crescere nella santità

“Cara”, mormorò la signora sconosciuta che vedevo occasionalmente all’adorazione eucaristica, “saresti una suora magnifica!”

Articolò la sua proclamazione, gratuita, come un profeta. Mi sforzai di sorridere e poi me la svignai.

Fantastico, pensai. Un altro segno. Dio continua a mandarmi segni – mai un angelo né roba del genere, ma molti indizi della sua volontà per il mio destino.

Detestavo l’idea. Mi sentivo strangolata da quella vocazione persistente che era diventata la mia angoscia quotidiana. Ogni settimana che passava era solo tempo prestato che Dio mi offriva prima di “imprigionarmi” in un convento e coprirmi con un abito.

Quindici anni in una scuola cattolica mi avevano concesso 15 “settimane vocazionali” annuali con le suore e i sacerdoti che offrivano interventi che giravano intorno al tema “prima io ero come te. Non ho mai pensato che sarei diventato sacerdote/suora fino a che un giorno…”

Tutti gli anni sapevano che parlavano direttamente a me. Tutti i miei eroi e le mie eroine erano uomini e donne che hanno sacrificato la propria vita per Cristo, in modo letterale e figurato, con gli abiti corrispondenti.


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Credevo in questa “croce” della mia vita religiosa al punto che mi vergognavo. Ricordo tristemente di aver messo al contrario le riviste sul matrimonio nei supermercati per non doverle guardare. Quando tenevo in braccio un bambino mi si riempivano gli occhi di lacrime.

Ho capito che il mio ingresso al pronto soccorso dell’ospedale Saint Joseph era un “segno di Dio” perché mi unissi alle Suore di San Giuseppe.

E tremavo nella preghiera davanti a questo Dio che credevo mi avrebbe trasformato in una suora. Ho iniziato a provare vergogna per i miei desideri di matrimonio e maternità. Ho iniziato a soffrire perché questo Dio che in teoria doveva amarmi mi imponeva quella vocazione… per santificarmi.

Non ero capace di vedere i santi e le sante della vita quotidiana intorno a me, quelle persone che trovavano la santità attraverso i pannolini, ingoiavano il sarcasmo e condividevano la macchina per andare al club degli scacchi.

La conseguenza peggiore di tutto questo era che mi ero allontanata dal Padre, che aveva portato pace alla mia mente. Non riuscivo a crescere nell’amore per Cristo e a imparare chi fosse realmente. Non riuscivo a capire che mio Padre è un Dio d’amore profondo, apparentemente irrazionale, nei miei confronti, e che sostiene delicatamente tra le mani i desideri più profondi del mio cuore.

Continuavo a mettere Dio in secondo piano e mi intestardivo nelle mie convinzioni sulla vita religiosa. Dopo essermi laureata, ho portato il mio “discernimento” al livello successivo e mi sono trasferita in un convento, spinta da un atteggiamento alla “Facciamola finita una volta per tutte”.

Ricordo l’espressione perplessa sul volto della suora che mi ha dato il benvenuto e mi ha sentita spiegare: “Dio vuole che sia una suora, per cui ho pensato che avrei dovuto mandar giù il rospo”.


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Dopo quattro mesi con quelle suore, ricordo uno degli incontri con la mia direttrice spirituale, una fiera irlandese che sembrava ventenne. Stavamo parlando del mio futuro in convento. Cosa provavo al riguardo? Cosa desideravo? Cosa mi aveva portato lì? Cosa avevo imparato con la preghiera?

Le mie risposte sono state sicuramente un’enorme e sconcertante perdita di tempo per quella povera donna. Ho pontificato sulla mia “grande vocazione”, su come l’obiettivo della santità mi avesse spinta fin da molto presto, insieme alla convinzione che la vita religiosa sia l’unica vera via verso la santità, su come di fatto fossi piuttosto religiosa, contrariamente alle persone di oggi, per cui sapevo semplicemente che Dio mi chiamava ad essere grande.

Pensavo di fare molta impressione alla mia interlocutrice con la mia devozione controculturale. Quando ho terminato il mio discorso, mi ha guardato con fare divertito. C’è stata una lunga pausa.

“No, cara, non c’è motivo per cui tu debba diventare suora”. Le sue parole dolci e inaspettate non mi hanno preparata all’improvviso gancio che mi stava per colpire. “E se credi che la Chiesa o Dio abbiano bisogno di te, per favore, facci una cortesia e non diventare suora”.

E lì, con il mio ego arrivato sotto le scarpe, sono stata libera di trovare la mia vera vocazione, la mia vocazione di innamorarmi di Dio.

Perché quello che non riuscivo a vedere era che le suore, i sacerdoti, le persone sposate, tutti cercavano semplicemente il meglio per innamorarsi di Dio. La loro vocazione era semplicemente il modo attraverso il quale cercare la sua intimità celeste. Non era il fine, ma il mezzo. Avevo trascurato il fulcro della questione.

Non mi ero resa conto che fin dal più profondo del mio essere, dal ventre di mia madre, Dio mi aveva progettato con la vocazione di amarlo, semplicemente, e tutto quello che dovevo fare era cercarlo, trovando così la mia santità.


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Pensavo che Dio mi volesse trascinare in convento mentre scalciavo e mi dimenavo gridando, e invece avrei dovuto correre controvento e controcorrente verso di Lui. E lì, nell’intimità quieta del nostro amore, mi avrebbe detto: “Casey, ho qualcosa di glorioso per te”.

E così è stato.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

Tags:
discernimentomatrimoniosantitavita religiosavocazione
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