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“Resistenze in Curia, vi spiego perché ho lasciato”

Vatican Insider - pubblicato il 02/03/17

«Quando tre anni fa ho accettato la mia nomina nella commissione, lo avevo dichiarato: se avessi trovato un conflitto tra quello che stava accadendo dietro le quinte e con ciò che veniva detto pubblicamente, non sarei rimasta. Questo è accaduto e per questo lascio». Il telefono dell’abitazione di Marie Collins a Dublino è bollente, la chiamano da tutto il mondo. La notizia delle sue dimissioni dalla commissione anti-abusi voluta da Papa Francesco è un fulmine a ciel sereno nel giorno in cui la Chiesa cattolica celebra l’inizio del periodo penitenziale della Quaresima. Marie da ragazzina è stata abusata da un sacerdote ed è sempre stata impegnata nell’aiutare le vittime della pedofilia. 

Lei ha parlato di resistenze interne. Crede che la Curia stia resistendo alle nuove norme contro questo il terribile fenomeno degli abusi sui minori?

No, non credo che ci siano resistenze alle norme o ad azioni specifiche contro la pedofilia. Si tratta piuttosto delle sensazione che il lavoro della nostra commissione venisse considerato da alcuni come un’interferenza. Non so dire se questo faccia parte delle resistenze al Papa. Ho riscontrato piuttosto una riluttanza generale a collaborare. 

Almeno un caso specifico però lei lo ha citato, sostenendo che è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso: il mancato impegno da parte della Congregazione per la dottrina della fede a rispondere a tutte le lettere delle vittime…

Non voglio fare nomi di dicasteri. Ma questo sì, è un caso specifico. Se sei una vittima, un sopravvissuto e scrivi per raccontare la tua storia chiedendo aiuto e giustizia, e vedi che non ti rispondono, tu vieni nuovamente ferito. Questo si fa fatica a capirlo. 

Eppure sia Benedetto XVI che Francesco hanno incontrato le vittime, hanno dato loro ascolto, le hanno ricevute.

Francesco aveva detto di sì alla nostra raccomandazione. Chiedevamo che si rispondesse sempre e direttamente alle singole vittime. Il Papa era d’accordo, eppure alcuni non hanno voluto seguire questa indicazione. 

Qual è la ragione del rifiuto?

Hanno la loro procedura interna per sbrigare la corrispondenza, e questa procedura non prevede che si risponda direttamente alle vittime, un compito che spetta ai vescovi locali. 

Come ha reagito lei a questa notizia?

Non ce l’ho fatta a sopportare questo atteggiamento verso le vittime. Mi sembra una mancanza di rispetto e io non posso restare, la gente deve sapere che ci sono persone che fanno queste difficoltà. 

Lei vede qualche marcia indietro rispetto alle decisioni prese fino ad oggi per combattere questo crimine odioso?

No, il lavoro va avanti. Vorrei che si facesse più in fretta, che si facesse di più. Ma la lotta alla pedofilia va avanti e anche se ci sono persone che resistono alle nostre indicazioni, questo non significa che poi la pedofilia non venga contrastata. Il cardinale O’Malley è stato nominato tra i membri Congregazione per la dottrina della fede, spero che si possa cambiare e andare avanti. 

Lei continuerà a collaborare con la Santa Sede?

A spingermi a lasciare sono state certe resistenze da parte di alcuni curiali ma sì, io rimango coinvolta nelle iniziative educative del Vaticano, perché, nonostante le resistenze, nella Curia ho incontrato tante persone veramente disponibili ad ascoltare, impegnate a cambiare per proteggere sempre meglio i bambini. Il bilancio, insomma, è positivo. Non ci sono soltanto segnali negativi. Penso ad esempio ai grandi passi nella formazione dei seminaristi, il lavoro della Congregazione del clero è stato eccellente. Sono poi importanti i corsi di formazione all’Università Gregoriana. Dunque l’impegno continua, la “tolleranza zero” verso chi abusa dei minori non è in discussione. 

Qual è il bilancio della lotta al fenomeno in questi anni?

In molti Paesi si sono fatti passi avanti, altri Paesi sono più indietro, e tra questi c’è l’Italia. Ci possono essere le normative più efficaci, le migliori tutele e protezioni per i minori, ma se non cambia la mentalità delle persone, queste non bastano. E per cambiare la mentalità ci vuole più tempo. 

Questo articolo è stato pubblicato nell’edizione odierna del quotidiano La Stampa

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