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Pedro Herrero e Vittorio Trancanelli, due medici verso gli altari

Vatican Insider - pubblicato il 28/02/17

Si può diventare santi semplicemente facendo con dedizione il proprio lavoro di medici. Anzi, nella «Chiesa ospedale da campo» (come ama chiamarla Papa Francesco) la cura dei malati è probabilmente una testimonianza preziosa. A confermarlo in maniera autorevole è l’elenco dei nuovi decreti della Congregazione per le cause dei santi, approvati ieri da Bergoglio. Su otto candidati all’onore degli altari ben due sono, infatti, figure di laici sposati che nella loro vita hanno esercitato la professione di medico vivendo le virtù cristiane in maniera eroica. Si tratta del pediatra spagnolo Pedro Herrero Rubio (1904-1978) e del chirurgo italiano Vittorio Trancanelli (1944-1998). 

«In qualunque momento chiamino, ai poveri bisogna sempre rispondere», amava ripetere Pedro Herrero, un dottore che i figli dei portuali nella sua Alicante conoscevano molto bene. Classe 1904, cresciuto in una famiglia di solide radici cristiane, aveva studiato a Madrid con i più illustri luminari dell’epoca. Sposato nel 1931 con Patrocinio Javaloy Lizón, attivo nell’Azione cattolica, negli anni caldi della guerra civile spagnola aveva sperimentato personalmente le asprezze della persecuzione anticattolica. Ma la sua è stata soprattutto la santità del dottore che – una volta uscito dal suo studio – percorreva al volante della sua Seicento i barrios più poveri di Alicante. Prestando per decenni non solo il suo servizio di medico in maniera gratuita, ma spesso e volentieri lasciando anche qualche banconota dietro di sé nelle case delle famiglie più in difficoltà. Il tutto coltivando sempre una vita spirituale molto forte, alimentata dall’adorazione eucaristica. Quando a 70 anni Herrero andò in pensione non si contarono gli attestati di riconoscenza. Morì nel 1978 e già nel funerale il vescovo di Alicante parlò di lui come un santo di oggi

Più vicina ancora nel tempo la figura di Vittorio Trancanelli, scomparso meno di vent’anni fa. Era nato a Spello nel 1944 e a Perugia era arrivato nel 1970, dopo il matrimonio con la moglie Lia. Nel 1974, proprio alla vigilia della nascita del primo figlio, Trancanelli aveva vissuto personalmente l’esperienza della malattia: una grave forma di colite ulcerosa l’aveva portato in pericolo di vita, lasciandogli in eredità anche una ileostomia. Ma questo disagio con cui dovette convivere per anni non lo frenò dal vivere con grande dedizione il suo lavoro di medico chirurgo all’ospedale Silvestrini di Perugia. Tra gli aneddoti tramandati c’è quello di un’accesa discussione con un collega anestesista che voleva rimandare a un altro giorno l’intervento a un paziente perché ormai si era fatto tardi: un comportamento che per Vittorio era inconcepibile.  

Nella santità di Trancanelli, insieme alla vita professionale, va ricordato anche il matrimonio vissuto insieme a Lia con l’ideale della famiglia aperta all’accoglienza: accolsero ben sette minori in difficoltà tra affido e adozione. E insieme ad altre famiglie diedero vita all’associazione «Alle Querce di Mamre», che nell’arcidiocesi di Perugia-Città della Pieve resta un punto di riferimento per le mamme con bambini che si trovano in situazioni di disagio. Ammalatosi nuovamente nel 1998, quando capì che non gli restava molto da vivere riunì i figli per lasciare un messaggio: «Per questo vale la pena vivere – disse loro – anche se fossi diventato chissà chi, se avessi avuto i soldi in banca, avessi comprato tante case, cosa avrei portato con me adesso? Cosa portavo davanti a Dio? Adesso porto l’amore che abbiamo dato a queste persone».  

Ancora oggi a Perugia tanti ricordano il chirurgo santo e continuano a rivolgersi a lui «in un altro modo». È stato l’attuale arcivescovo di Perugia, il cardinale Gualtiero Bassetti, a raccontare di grazie che sarebbero già avvenute per sua intercessione: «Molte attestazioni – ha spiegato – ci vengono da persone gravemente malate, specialmente a causa di tumori aggressivi, che lasciano poco spazio alla speranza. È come se Vittorio continuasse la sua professione di medico. Ora non interviene più con il bisturi, ma con la grazia di Dio». 

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