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Quella sensibilità pastorale per i conviventi

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Il richiamo di Papa Francesco ai parroci di essere accanto a quei giovani che per varie situazioni prima di scegliere il matrimonio, sia civile sia sacramentale, convivono, è un’attenzione pastorale importante. Infatti la cultura di oggi, in cui i giovani sono inseriti, focalizza troppo spesso il criterio della provvisorietà di cui il pensiero debole è uno dei fondamenti che legittimano quella dimensione di timore o di “non logicità” di quel “per sempre”, che è stato uno degli obiettivi di un vivere personale e sociale del recente passato. 

Ora, di fronte ad una progettualità del provvisorio, il giovane, che ha appurato la serietà di una relazione sentimentale inter-soggettiva e che pensa ad una vita a due, desidera sperimentare la solidità di questo rapporto. Proprio nel contesto di una serietà progettuale, diversi giovani hanno scelto, e scelgono, una convivenza pre-matrimoniale, pensando così di fare un’esperienza che li conduca ad essere maggiormente consapevoli e maturi per il passo del matrimonio, o civile o sacramentale. 

Qui la duttilità e la comprensione pastorale del sacerdote e di una comunità cristiana, pronti ad essere Chiesa in uscita, possono aiutare questi giovani a considerare il valore della persona nella sua complessità razionale, affettiva, relazionante e spirituale, che ovviamente non può essere valutata come una “res” in prova. 

Dalla mia esperienza pluridecennale di pastore, posso affermare che, offrendo un atteggiamento di dialogo e di stima, pur con preoccupazione per una scelta di convivenza, spesso i giovani si aprono e desiderano conoscere la bellezza di una responsabilità dell’uno verso l’altra e viceversa, nella considerazione che l’amore è anche dare serenità e sicurezza ad un rapporto così unico ed importante, realizzato dalla parola scambiata per edificare un cammino di vita “in tandem”. 

Ciò che si richiede al pastore è l’atteggiamento di “paziente-attesa” perché la coppia sappia crescere nella consapevolezza dell’unicità della persona e della valorialità dei suoi affetti e progetti. 

Bisogna far emergere questo aspetto della dignità e unicità di quell’uomo e di quella donna, che si appartengono e che la loro realtà propria, in quanto scambio di persone uniche ed irripetibili, deve essere tutelata come un prezioso patrimonio. Coloro che devono poter offrire delle garanzie e dei diritti e doveri per un vissuto così singolare e prezioso, quale è un “vivere-con” tra due persone, sono la comunità civile e, per un cristiano, la comunità credente. 

Ha ragione Papa Francesco quando sottolinea che oggi più che ieri è necessario, per le coppie che desiderano divenire famiglia, un catecumenato. Ma anche per coloro che non si sentono di realizzare nella loro vita il sacramento del matrimonio, il presbitero e la comunità cristiana possono essere importanti accompagnatori per far emergere l’importanza di quel patto coniugale espresso davanti alla propria coscienza ed espresso davanti alla comunità che, accolto il consenso, garantisce alle persone e alla famiglia quei diritti e quei doveri di cui necessita il matrimonio, realizzatosi attraverso il libero consenso. 

Vi sono poi coloro che, davanti a esempi di matrimoni falliti, non hanno fiducia nell’istituto naturale e neppure in quello sacramentale. La pastorale dovrebbe giustamente evitare ogni discriminazione, senza però lasciar passare l’occasione, con l’attenzione del parroco o di qualche famiglia della comunità, per presentare la bellezza della vocazione e della missione del matrimonio. 

Se poi vi sono dei figli e viene chiesto il battesimo e gli altri sacramenti, è una gioia accogliere il desiderio di questi genitori di introdurre i loro figli nella vita cristiana. In tale contesto la comunità cristiana è impegnata maggiormente ad essere accanto in questo percorso. Più di qualche volta si riesce a far capire l’opportunità di regolarizzare la convivenza o in foro civile, se ci fossero degli impedimenti, o con il sacramento. Più volte ho avuto la gioia di celebrare matrimonio e battesimo insieme. La nuova evangelizzazione ha bisogno che vi sia nei presbiteri e nella comunità cristiana “un cuore che vede” e poi i “miracoli” avvengono. 

* Vicario episcopale per il laicato e la cultura Diocesi di Trieste 

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