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La “diplomazia” del libro, premessa di fratellanza universale

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Pausa di riflessione. Poi sicuro: «La diplomazia del libro e della cultura può arrivare fin dove hanno fallito fior di ambasciatori e risollevare intricate crisi internazionali». Ancora una pausa. Poi monsignor Jean Louis Bruguès, archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa, entra nei dettagli, per non lasciare il proprio interlocutore interdetto e perplesso: «Guardi, la diplomazia del libro è tanto antica quanto il libro stesso. E oggi, nell’attuale situazione politica e sociale, credo che abbia la capacità di costruire ponti in contesti nei quali invece si tirano su muri. Dove si alimentano divisioni. Diciamolo, il libro è la premessa di una vera fratellanza universale». 

Una convinzione profonda che lo ha portato a stringere accordi di cooperazione con Paesi come Serbia, Cuba, Turchia. Racconta con una punta d’orgoglio: «L’opinione pubblica turca ha una visione negativa della Santa Sede e dell’Archivio Segreto. Pensano che lì siano custoditi chissà quali misteri che la Chiesa vorrebbe nascondere. Bene. Una volta arrivato ad Istanbul, davanti a quattrocento studenti dell’università delle Belle Arti ho esclamato tra lo stupore: la Biblioteca Vaticana e l’Archivio Segreto sono aperti a tutti gli studiosi, anche quelli turchi. Se volete potete lavorare con noi. La risposta è stata molto positiva». A tal punto da far progettare la creazione di un centro speciale per studiare «la memoria della Turchia grazie ai manoscritti conservati in Vaticano». 

Sofia, Belgrado e Bucarest accendono una luce particolare negli occhi di monsignor Bruguès quando ne parla: «I rispettivi governi e i Patriarchi mi hanno chiesto di aiutare la Chiesa ortodossa e gli stessi Stati a ricostruire la loro identità danneggiata dalla guerra, quando le biblioteche furono distrutte. E così noi siamo diventati, per quelle istituzioni nazionali ed ecclesiastiche, una “biblioteca madre”».  

Fin qui il passato prossimo. Recentissimo. Adesso nel presente c’è la Russia. A Mosca e San Pietroburgo, monsignor Bruguès è volato a novembre dello scorso anno, invitato dal direttore federale dell’archivio russo («Pensi che si trova sotto la diretta responsabilità del Capo dello Stato…»). «Lo scopo era quello di organizzare una mostra dal titolo I Romanoff e la Santa Sede, dunque la dimensione diplomatica da Pietro il Grande fino a Nicola II. Abbiamo discusso e ci siamo confrontati per una settimana e alla fine abbiamo raggiunto un accordo: tutto si farà a dicembre di quest’anno. È la prima volta nella sua storia che l’Archivio Segreto Vaticano collabora con l’archivio si uno Stato estero. Abbiamo aperto una porta, una strada nuova».  

In Romania, invece, ci andrà il prossimo 1° maggio. Qui ha intenzione di organizzare un evento per far conoscere la diocesi di Maramureș e quanto abbia sofferto durante il periodo del comunismo. «Dobbiamo – ragiona – aprire una vetrina per raccontare a tutti la sua storia poco conosciuta e forse dimenticata. Ai cattolici e all’intera società. Detto, fatto». 

Se gli si chiede dell’estremo oriente, monsignor Bruguès prima ricorda il grande successo dell’esposizione a Tokyo del 2015, infine il discorso cade sulla Cina. A Pechino si sta tentando di organizzare una straordinaria mostra di manoscritti rari dell’ultima Dinastia in possesso della Santa Sede. A che punto è la trattativa? «Senta, i nostri colloqui vanno avanti. E con una prospettiva ancora più ampia di quella che avevamo all’inizio». Un altro piccolo successo. Come il dialogo avviato di recente con le autorità di Teheran.  

 * Giornalista della Radio Vaticana 

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