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Migranti, Parolin: “L’apprensione è spesso un pretesto elettorale”

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Parolin ne è convinto: la migrazione gestita «in modo sicuro, ordinato e regolare» è «un fattore di sviluppo per una crescita inclusiva e sostenibile». E i migranti «possono offrire un contributo alla crescita della società che li ospita», in termini «di contributo al Pil e al sistema fiscale, di copertura dei vuoti demografici, lavorativi e di abilità in settori chiave dell’economia e dei servizi». 

Intervenendo al VI Forum su migrazioni e pace, promosso alla Camera dei deputati dal nuovo dicastero per lo Sviluppo umano integrale, dallo Scalabriniani International Migration Network (Simn) e dalla Fondazione Konrad Adenauer, il segretario di Stato vaticano indica l’atteggiamento da adottare, come cristiani e cittadini di un mondo globalizzato, di fronte ad un fenomeno ormai incontrollabile quale quello migratorio. Fenomeno che oggi rappresenta «una sfida all’umanità». 

Le migrazioni «sono in grande rilievo come uno dei problemi fondamentali del mondo d’oggi. Una apprensione presa a pretesto per scopi elettorali e di calcoli di vario genere, caratterizzati da manipolazioni di notizie e da un nuovo totalitarismo ideologico che concepisce l’uomo solo come agente economico e che, come tale, lo può scartare, se non serve e, come ha sottolineato Papa Francesco, tende anche a nasconderlo», rileva il porporato.  

Che esorta pertanto a «far sì che le migrazioni si trasformino da necessità in opportunità, per la pace e lo sviluppo armonico della famiglia umana». Di per sè la migrazione rimane comunque «un fattore di pace, giacché sono gli stessi rifugiati i testimoni più credibili dell’insensatezza della guerra e della violenza», rileva Parolin. È necessario però che i migranti si conformino «alle norme del paese che li accoglie», mentre lo stesso paese deve «assicurare il rispetto dei loro diritti e della loro dignità». Garanzie, queste, «che assicurano i primi passi verso l’integrazione», necessaria per evitare «condizioni che favoriscano il dilagare dei fondamentalismi». 

Secondo il premier vaticano, nell’attuale quadro mondiale è sempre più evidente «la forte interdipendenza tra pace, sviluppo e rispetto dei diritti fondamentali». Tuttavia, oggi, «si stenta a cogliere i segni di un importante impegno in questo senso nei rapporti tra gli Stati e tra i popoli». A monte ci sono «chiusure e ingiustizie», come: «strategie politiche guidate da interessi fluttuanti, da insicurezze e dalla paura, disegni politici contrastanti, sotto-sviluppo e distrazione dei fondi destinati a debellarlo, conflitti interminabili». Non mancano poi «violazioni dei diritti umani, timori per le conseguenze dei cambiamenti climatici e della crisi economica non risolta, imposizioni ideologiche anche all’assistenza umanitaria, deterioramento di situazioni politiche, sociali, umanitarie, ambientali, con commerci criminali di prodotti, persone e risorse». 

Sono questi i fattori che generano migrazioni. Ad essi si aggiungono ostacoli e barriere nell’ambito della politica migratoria che non fanno altro che favorire «il ricorso a vie alternative e più pericolose di migrazione irregolare, di sfruttamento e di abuso da parte di trafficanti di persone, e perdita di vite umane». Tutti «crimini», sentenzia il cardinale: per fermarli, dice, «si spostano i problemi su altri Paesi, con oneri economici e politici tanto ingenti quanto pericolosi e inadeguati a risolverli ed a garantire i diritti fondamentali delle persone, la loro protezione e la loro dignità». 

Quella migratoria non è, dunque, «un’emergenza transitoria», bensì «un diritto umano da salvaguardare; una componente strutturale, che riguarda tutti i continenti e che occorre affrontare nelle sue cause e nel suo compimento con sinergia e cooperazione a livello globale». Di pari passo, incita il porporato, «bisogna anche puntare a cambiare le regole del gioco del sistema economico-sociale», magari realizzando quella «economia di comunione» auspicata dal Papa che «crea vita, perché condivide, include i poveri, usa i profitti per creare comunione e può far sperare in un mondo ove i cammini, incrociandosi, portino nuova speranza, dignità, ricchezza di rapporti». 

Solo «in un’economia inclusiva si opera una condivisione lungimirante, paziente, creativa che cura le vittime di oggi e riduce quelle di domani prevenendo la creazione di scarti umani», rimarca il segretario di Stato. Ai cronisti incontrati a margine del Forum che lo interpellavano sull’apertura di canali legali per l’accesso di migranti in Europa, ha spiegato invece che «tutto quello che può salvare vite umane, viene prima di tutto. Tutto quello che può assicurare il rispetto delle persone, della loro dignità e dei loro diritti è ben accolto e va promosso. Non è tanto chiudendo, costruendo muri, impedendo in maniera a volte forte, che si può risolvere questo problema».  

«Accogliere è l’unico atteggiamento cristiano e profondamente umano che deve caratterizzare i singoli paesi», ha aggiunto il primo ministro vaticano, e l’apertura di vie d’accesso legali «è una possibile soluzione che è già stata sperimentata». Si tratta di «allargarla e applicarla ad altre situazioni»; i corridoi umanitari sono, in tal senso, un precedente «molto buono sempre in vista della salvaguardia delle persone e della loro dignità». 

Ad una domanda sugli accordi tra i paesi di arrivo e di transito, come quello tra Italia e Libia, il cardinale ha detto che è «difficile intervenire e giudicare queste misure, che nell’intenzione del governo italiano vogliono essere un approccio positivo a questo fenomeno. La cooperazione con i paesi di provenienza, di transito e di destinazione è un principio che la Santa Sede ha sempre affermato. In questo senso si possono considerare positivi questi accordi».  

Anche se si fanno con regimi non democratici? «Si fa quello che si può – ha risposto Parolin – anche per quanto riguarda la Libia: c’è la volontà da parte della comunità internazionale di una stabilizzazione e di un aiuto per progredire verso una forma di governo che veramente risolva i problemi del paese. Forse non è tanto per quello che un paese è, ma per quello che un paese può diventare, che tante volte si fanno questi accordi». 

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