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Quel peccatore nello specchio: come ho iniziato a comprendere papa Francesco

Leo Hildalgo CC

Daniel Schwindt - pubblicato il 20/02/17

Un critico del sentimentalismo “soft” diventa un convertito alla Chiesa come ospedale da campo per le anime ferite

[Questo articolo mira a favorire il dialogo, e Aleteia accoglie con favore risposte e commenti da riportare di seguito. Sono particolarmente graditi i commenti non anonimi. La denigrazione degli altri, chierici o laici, con insulti, considerazioni calunniose, giudizi sullo stato dell’anima altrui e altri esempi di mancanza di carità verranno eliminati. La Redazione]

Le persone con il mio temperamento lottano per comprendere papa Francesco. Aborriamo il sentimentalismo, e troviamo pace nell’ordine razionale e preciso della dottrina. A volte ci definiamo “tomisti” come sorta di proclamazione inconsapevole dei nostri pregiudizi. Apprezziamo la verità oggettiva del Vangelo, e da questa traiamo la nostra tranquillità mentale.

Francesco non ci soddisfa. A volte, infatti, sembra che stia cercando intenzionalmente di frustrarci trascurando quello che apprezziamo di più. La sua personalità, le sue dichiarazioni – il significato complessivo del suo pontificato – ci eludono, mentre veniamo alienati da un approccio che sembra caotico e perfino in aperta contraddizione con il sistema splendidamente elaborato delle verità teologiche a noi tanto care.

E allora ripeto, la gente come me lotta con Francesco. Io stesso ho lottato con la sua Amoris Laetitia, cercando di capire come potesse rischiare di dividere la Chiesa sulla questione della Comunione ai divorziati risposati. Non si era già risposto alla questione? E se sì, come osa rimettere tutto in discussione? Ha capito cosa avrebbe significato un atto del genere?

Ho iniziato a rianalizzare le encicliche rilevanti e una serie di altri documenti. Ho riflettuto a lungo, e poi è successo qualcosa che mi ha riportato indietro dal sublime regno dell’intelletto. Una cosa semplice: ho guardato nello specchio. E vedendoci il mio riflesso ho ricordato chi sono, e chi ero dieci anni fa. Ho ricordato che a quell’epoca – avevo circa 22 anni – avevo appena vissuto una profonda esperienza di “conversione”. Come risultato, ero determinato – con il massimo trasporto – a condurre una vita cristiana e a servire Dio in qualche modo.

C’era solo un problema: ero un ubriacone. Bevevo ogni sera whisky economico, e ne bevevo tanto. Ogni mattina mi svegliavo sul pavimento della cucina, o della camera da letto, o nella camera da letto di qualcun altro, o in macchina. Andavo a lavoro in tempo – sempre in tempo, perché gli ubriaconi segreti sono eccellenti lavoratori. Al lavoro contavo i minuti che mi separavano dalle 17.00, e poi ricominciavo. Ho vissuto in questo modo per cinque anni di fila, senza una pausa.

Dal momento della mia conversione avevo cercato di smettere. Ero stato così condizionato da tutte quelle “testimonianze” – tanto care al cristianesimo contemporaneo – da credere che visto che ero arrivato sinceramente a Dio, la sobrietà fosse una possibilità a portata di mano. Ma non è stato così. A un certo punto della mia vita, e nelle circostanze in cui mi trovavo, la sobrietà era impossibile.

Sì, so cos’è stato detto al Concilio di Trento: “Se qualcuno dice che anche per l’uomo giustificato e costituito in grazia i comandamenti di Dio sono impossibili a osservarsi: sia anàtema” (Canone XVIII)

E sono d’accordo. La sobrietà era sempre una possibilità oggettiva. Qualcuno dal di fuori avrebbe potuto indicarmi una dozzina di vie per raggiungerla, ma a livello soggettivo – nei termini della mia esperienza vissuta – ero in trappola. Ho confessato, ho pianto, ho gridato, ho bevuto. Non riuscivo a fermarmi, e Dio ha scelto di non fermarmi.

E allora la domanda è: “Cos’aveva la Chiesa a che fare con me?” Avrei dovuto ricevere l’Eucaristia? A quali condizioni?

Mi sembrava che stessi vivendo senza dubbio in una situazione oggettivamente peccaminosa. Lo sapevo. Lo confessavo costantemente, ma non era mai abbastanza. Ne ho parlato con il mio sacerdote, e ci siamo imbarcati in un regime sacramentale irregolare. In questo modo sono stato in grado di ricevere occasionalmente l’Eucaristia. Ma era estenuante.

Alla fine mi ha fatto sedere e ha cercato di spiegarmi qualcosa. Ha detto che gli era molto chiaro, ed era sicuramente chiaro a Dio, che volevo cambiare la mia situazione e diventare sobrio, e per via di questa intenzione potevo ricevere l’Eucaristia anche se non ero riuscito a confessarmi quel giorno. Fai quello che puoi fare, confessati quando puoi, accetta l’Eucaristia con umiltà e fiducia.

Non riuscivo a credergli. Volevo accettare la sua soluzione – la sua soluzione misericordiosa e pastorale –, ma in base alle mie letture legalistiche dei papi e della dottrina della Chiesa non potevo farlo. E non volevo che si facessero eccezioni per me.

Purtroppo non sono riuscito a fare grandi passi. L’Eucaristia è il cuore della Messa, e io ne ero alienato. Dal mio punto di vista, ero un cattolico che non riusciva ad essere cattolico. Alla fine mi sono sentito “scacciato” dalla Chiesa, e allora mi sono tagliato fuori. Sono stato lontano per molto tempo.

A questo punto, il lettore interpreterà quello che ho detto in molti modi. Forse mi sto giustificando. Forse sto indulgendo nel sentimentalismo, cercando di evocare una risposta emotiva nel lettore per glissare su un’eresia. Forse.

Il fatto è che mi sono alienato dalla Chiesa per anni perché quello che pensavo di sapere sulla Chiesa mi diceva che non poteva abbracciare una persona intrappolata in quello che credeva fosse un peccato mortale. Sapevo che poteva abbracciare qualcuno che aveva commesso un peccato mortale, ma non una persona che lo stava commettendo e probabilmente avrebbe continuato a commetterlo nel prossimo futuro. Era questo il limite che avevo stabilito per l’abbraccio della Chiesa. Il mio sacerdote ha cercato di dirmi che non era così, ma avevo bisogno di vederlo nella Chiesa nel suo insieme, e non era così.

Ora sento papa Francesco dire a tutti quello che ha cercato di dirmi quel sacerdote. Sì, Francesco parla di “matrimonio irregolare”, che non è certo la stessa cosa dell’ubriachezza quotidiana, ma come l’alcolismo i matrimoni irregolari rappresentano circostanze sfortunate dalle quali è estremamente difficile uscire. E riguardo a queste circostanze, il papa ha un messaggio che ha un disperato bisogno di essere ascoltato, ovvero il fatto che l’abbraccio della Chiesa non ha limiti. Regole sì, ma non limiti.

Ciò significa che ci sono gli standard oggettivi di moralità insegnati dalla Chiesa, e la Chiesa li usa per guidare i suoi giudizi, ma questi standard in casi particolari non hanno mai l’ultima parola. Casi come il mio, ad esempio, o casi di divorzio e nuovo matrimonio. In questi casi, entra in gioco qualcos’altro. Il soggettivo e l’oggettivo devono essere sintetizzati.

Ricordate, ad esempio, che la Chiesa insegna che i bambini nascono con il peccato, e che il Battesimo è necessario per la salvezza. È vero, ed è la dottrina. Ma questa non è l’ultima parola, perché subito dopo questa affermazione ci viene detto nel Catechismo che per via dell’amore di Cristo non dobbiamo dire che questi bambini siano dannati. Dio è misericordioso, e la sua misercordia è più veloce del nostro peccato. Il peccato non ha l’ultima parola.

Ciò vuol dire che la Chiesa dovrebbe abbandonare i suoi standad su divorzio, adulterio ed Eucaristia? Ovviamente no. Né dovrebbe abbandonare le sue dichiarazioni sull’ubriachezza. Quello che Francesco suggerisce non è altro che quello che implica l’esempio del Battesimo dei bambini: che i nostri standard soggettivi non hanno l’ultima parola quando parliamo di colpevolezza individuale.

L’ultima parola dev’essere personale, il che significa che dev’essere un’applicazione pastorale della norma, analizzando caso per caso, come quel sacerdote, anni fa, ha cercato di fare con me. Papa Francesco non sta cercando di riscrivere la dottrina. Sta solo provando a suggerire che il mio sacerdote aveva ragione.

Ovviamente ora sono sobrio e vivo in quella che potreste definire “virtù relativa”. Non sento più il bisogno costante della compassione di Cristo, e per me ora è più facile ricevere l’Eucaristia.

A volte ho ancora difficoltà a capire Francesco. Fino a quando non mi guardo allo specchio e capisco che la Chiesa è un ospedale da campo per le anime ferite. Se ci sono “procedure standard” per il trattamento dei feriti di guerra, è superfluo dire che ogni ferita è unica. Sta sempre al medico a decidere. E così dovrebbe essere.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

Tags:
amoris laetitiamisericordiapapa francescopeccatori
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