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È morto Novak, il teologo del capitalismo

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Si è spento all’età di 83 anni a Washington il filosofo Michael Novak, grande fautore della «santa alleanza» tra il capitalismo d’impronta americana e la fede cristiana. Dal 1978 fino al 2010 è stato una delle menti del think tank conservatore American Enterprise Institute. Con il suo libro Lo spirito del capitalismo democratico e il cristianesimo (1982), Novak era arrivato alla conclusione che il sistema americano fosse il frutto della fusione fra un sistema politico (quello democratico), un sistema economico (quello liberale) e un sistema culturale (quello cristiano), inscindibili tra loro. Per anni ha proposto il suo «capitalismo democratico» come il sistema politico ed economico più compatibile con il cristianesimo e soprattutto con il cattolicesimo. Al mondo cattolico Novak si è sempre presentato come un avversario della Teologia della liberazione, considerata di stampo chiaramente marxista, cercando di convincere i cattolici ad accettare in tutto e per tutto il «capitalismo di mercato». Una teoria, quella del «capitalismo di mercato», che Novak ha ritenuto di poter sempre individuare all’interno dei testi papali, soprattutto nelle encicliche, sorvolando però sulle condanne – altrettanto papali – per quei meccanismi del debito e della monopolizzazione con i quali diversi Paesi in via di sviluppo devono convivere. 

Novak ha raccontato nei suoi scritti il processo di avvicinamento che ha portato lui e la sua think tank ad accostarsi e a cercare di influire su Giovanni Paolo II. Il filosofo appena scomparso ricordava di aver avuto modo di studiare i primi scritti di Karol Wojtyla, il quale, «dal 1940 al 1978, quando si trasferì in Vaticano, era rimasto del tutto ignaro di economia capitalistica e di sistemi di governo democratici e repubblicani. Per arrivare ad afferrare i concetti sottesi a quella forma di economia politica, il Papa polacco dovette ascoltare molto e imparare a esprimersi con un linguaggio completamente diverso». Così è Novak a «spiegare» a Wojtyla che il capitalismo è tra i mondi possibili quello più accettabile e che meglio si sposa con il cristianesimo. 

Secondo Novak Giovanni Paolo II «seppe riconoscere questo grande cambiamento sociale» avvenuto negli Usa, nell’enciclica Centesimus annus (1991), in particolare nel paragrafo 42 là dove il Papa «definisce brevemente il suo capitalismo ideale, come sistema economico che scaturisce dalla creatività, sotto l’egida della legalità, e “il cui centro è etico e religioso”». Negli anni successivi – sempre a detta di Novak – Wojtyla ha affrontato il concetto del «capitale umano», elaborando «passo dopo passo, la sua visione dell’economia che meglio si adatta alla persona umana – lungi dalla perfezione (in questa valle di lacrime), ma migliore di qualunque alternativa, comunista o tradizionale – e la suggerisce come “il modello che bisogna proporre ai Paesi del Terzo Mondo, che cercano la via del vero progresso economico e civile”». Dunque secondo il filosofo americano, propugnatore della santa alleanza tra cattolicesimo e capitalismo, la Chiesa con il pontificato di Giovanni Paolo II avrebbe compiuto un percorso di avvicinamento.  

Ma dopo il momento di maggiore vicinanza, quello della Centesimus annus, le strade di queste think tank americane e del magistero sociale della Chiesa si sono nuovamente allontanate. Lo dimostra il fatto che proprio Novak nel 2009 si espresse in modo critico nei confronti dell’enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI, parlando di «omissioni», «insinuazioni discutibili» ed «errori involontari». Spiegando che «il lavoro di redazione (dell’enciclica) risulta alquanto scadente». Secondo il filosofo Papa Ratzinger non aveva fatto suo l’ottimismo per la crescita mondiale e per il miglioramento delle condizioni di vita provocato dal capitalismo. Insomma, un testo troppo reticente, che non avrebbe riconosciuto con la dovuta enfasi e con il necessario spazio, l’importanza del capitalismo per la promozione dei poveri. 

Ancor più dura la reazione di Michael Novak nei confronti di Evangelii gaudium, l’esortazione programmatica di Papa Francesco che contiene i passaggi su quel tipo di «economia che uccide». Il filosofo la derubricava a semplice «omelia», affermando che Papa Bergoglio poteva aver ragione, a patto che si confinino le sue parole all’Argentina o al massimo all’America Latina. Insomma, Francesco parla in un certo modo dell’«idolatria del denaro», dello strapotere dei mercati finanziari e della povertà semplicemente perché è nato in Sudamerica: non capisce il capitalismo americano ed Europeo. Un modo per ridurre la portata del magistero sociale del Papa e ogni sua critica alle sorti progressive dell’attuale capitalismo, un’attività portata avanti ancora oggi da think tank come l’Acton Institute e da varie fondazioni. L’economia e la finanza – dicono i seguaci di questa scuola – sono strumenti neutri e perciò intoccabili e irreformabili. Quello che conta e che fa la differenza, è il cuore dell’uomo che usa questi strumenti. Una tesi che porta a ridimensionare se non a censurare moltissime pagine del magistero sociale della Chiesa, dimenticando che esistono «strutture di peccato», come quelle denunciate nel 1987 da Giovanni Paolo II nella Sollicitudo rei socialis

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