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E dopo quattro secoli l’arcivescovo anglicano incontrò il Papa

@Jeffrey Bruno
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Prima ancora della visita ufficiale di Ramsey a Paolo VI, l’incontro privato fra Giovanni XXIII e Fisher ruppe il ghiaccio nelle relazioni tra la Chiesa di Roma e la Chiesa d’Inghilterra

di Marco Roncalli

La notizia della visita imminente di papa Francesco – il 26 febbraio 2017 – alla Chiesa Anglicana “all Saints” a Roma, quella della Preghiera corale della sera secondo l’uso anglicano in San Pietro il prossimo 13 marzo (la data più vicina al giorno di San Gregorio Magno), come pure altre iniziative annunciate alla conclusione del cinquantesimo anniversario del dialogo tra la Chiesa cattolica e anglicana, ristabilito con l’incontro del 23 marzo 1966 tra Paolo VI e Michael Ramsey, non dovrebbero far dimenticare che quel “cammino” che Jorge Bergoglio invita a fare “insieme”, ha alle sue origini una partenza lontana. Un antefatto che risale al 1960 e sul quale vogliamo tornare: la prima visita dell’arcivescovo di Canterbury al papa dai tempi della scissione quattro secoli prima. Una visita rubricata come strettamente privata dal cerimoniale vaticano, decisamente impensabile sino a due anni prima, che costituì un vero punto di svolta con Church of England. Ma procediamo per gradi.

L’effige bruciata

Sino alla fine degli Anni Cinquanta, ogni 5 novembre, gli anglicani inglesi bruciavano l’effige di Guy Fawkes: uno dei cattolici che avevano partecipato alla “congiura delle polveri” per far saltare il Parlamento contro le angherie di Giacomo I. Il fantoccio gettato sul rogo però era sempre acconciato in un modo: così da raffigurare non il dinamitardo ma il Papa. Dopo l’elezione di Giovanni XXIII tuttavia – e per primo ne diede notizia don Andrea Spada – anche «i più accaniti anglicani» non ebbero più il coraggio di “bruciarlo” al consueto grido «No popery!».

Papa Roncalli «era diventato e resta caro e popolare e rispettato in tutto il Regno Unito», così il 2 dicembre 1961 il sacerdote direttore de “L’eco di Bergamo” sul suo giornale. Come avrebbero potuto continuare con quella consuetudine se il Vescovo di Roma, l’anno prima, il 2 dicembre 1960, aveva accolto in Vaticano il loro primate Geoffrey Fisher? Dopo secoli, il papa di Roma aveva messo i suoi occhi in quelli dell’arcivescovo di Canterbury, non una decisione dell’ultima ora, bensì l’esito di tanti piccoli passi favoriti dalla creazione del Segretariato per l’unità dei cristiani e da una richiesta dello stesso Fisher portata a conoscenza di monsignor Johannes Willebrands nell’estate 1960 durante una sosta a Lamberh Palace. Una richiesta portata avanti nonostante resistenze, sia da parte del nunzio apostolico O’Hara, sia da parte di alcuni ambienti curiali, poi superate con la formula di “visita di cortesia”. Un incontro, lo si percepiva nonostante il riserbo mantenuto nella sua preparazione, che si temeva potesse essere enfatizzato dalla stampa, strumentalizzato nelle sue aspettative, che poco avrebbe avuto a che fare con quelli di esponenti della Church of England ruotanti attorno al cosiddetto “papalismo anglicano”, coda di una tradizione di contatti che, dai Colloqui di Malines, all’inizio degli anni Venti, vagheggiavano la “corporate reunion”, riducendosi sovente però a negoziare singole conversioni.

Quelle telefonate per «ridimensionare»

Dunque, non un vertice religioso, ma pur sempre un incontro importante che inutilmente «rapide e nervose» telefonate dalla Segreteria di Stato in Sala stampa «avevano chiesto di ridimensionare». Già: «arduo spiegare ai giornali che il colloquio» concretamente poteva «essere solo l’inizio del cammino della speranza», annotava sul suo diario il vaticanista Benny Lai. Ma fu proprio ciò che avvenne quando, sceso da un’auto nel cortile di San Damaso (praticamente vuoto essendo in corso in Vaticano gli “esercizi”), stretta la mano a un dignitario pontificio e saliti i pochi gradini del portico, preso l’ascensore, l’arcivescovo di Canterbury con il suo berrettino viola sul capo, di ritorno da un viaggio in Oriente, dove aveva visitato numerose Chiese Ortodosse, si trovò davanti al Papa che aveva annunciato il Concilio e che avrebbe poi chiamato a parteciparvi come osservatori cristiani non cattolici.

Un «gran principio di bene»

«A mezzodì però ebbi la visita del primate Anglicano di Canterbury doct. Fisher. Era con me a riceverlo mgr. Samorè che fu mio buon interprete. Niente di compromesso e di compromettente. Visita di cortesia e rimasta in queste proporzioni. Credo che la buona impressione fu mutua: e ciò fu gran principio di bene. Il mio temperamento mi guida a cogliere in tutto il lato migliore, piuttosto che a veder tutto in senso pessimista. Tutto considerato questo incontro fu felice; non riuscirà a gran cosa, ma qui sulla porta delle grandi questioni di ordine spirituale del mondo, ha posto un principio di fiducia e di cortesia che è l’introduzione alla grazia», così Giovanni XXIII sul suo diario. Si trattava di rompere il ghiaccio da tempo immemorabile. Si trattava, ancor prima, di inquadrare teologicamente il significato di un avvenimento, non senza formulare, quasi premessa necessaria, quel rifiuto del pessimismo alla base degli atti più significativi del pontificato giovanneo. Si trattava di usare «benignità e prudenza».

Sarà padre Tucci, il gesuita direttore della “Civiltà Cattolica”, sul suo diario del 9 febbraio ’63 dopo un’udienza con il papa ad annotare «[Giovanni XXIII…] Mi parla dei suoi rapporti con i fratelli separati improntati a benignità unita a prudenza e senza illusioni: non serve a nulla urtarli con affermazioni di “ritorno”…». E ancora: «Con Fisher che insisteva a parlargli di ’unione’ e di ’unità’ egli fece intendere di non seguire e girò il discorso sull’imitazione di Cristo e temi simili, ed il presule anglicano…».

Solo un trafiletto sull’Osservatore

Non solo. Giovanni XXIII riuscì a vivere quel momento – al quale “L’Osservatore Romano” riservò uno scarno trafiletto – nel segno di Gregorio Magno. Fu lo stesso Roncalli a ricordarlo sul diario ancora il giorno dopo, 3 dicembre 1960, dove si legge che il ricordo del «grande predecessore» che aveva inviato «in Anglia il primo arcivescovo di Canterbury S. Agostino» era stato «auspicio felice» all’incontro, di carattere privato, come sarebbe stato quello del 5 maggio 1961 con Elisabetta II pur sempre «governatore supremo della Chiesa d’Inghilterra». In quello stesso mese, come conferma una lettera del cardinale Bea a Giovanni XXIII – il 22 maggio 1961 – il dottor Fisher, confermando un impegno assunto con lo stesso Giovanni XXIII in occasione della sua visita in Vaticano, raccomandò ai membri della “Church of England” preghiere per la buona riuscita del Concilio. «È certamente un fatto memorabile che, nella Chiesa Anglicana, il Primate d’Inghilterra raccomanda alle preghiere un Concilio di Roma», osservava Bea in quella lettera ora fra le carte della Fondazione Papa Giovanni XXIII a Bergamo.

Un rappresentante di Canterbury a Roma

Certo, restando alla visita a Roma di Fisher in quell’inizio dicembre del ’60, andrebbe ricordato che il suo incontro successivo con il cardinale Agostino Bea e monsignor Willebrands, ai vertici del neonato Segretariato per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, fu autorizzato solamente in extremis il giorno prima: consapevole dell’importanza del nuovo organismo, proprio ai due ecclesiastici Fisher anticipò la duplice volontà di inviare a Roma un proprio rappresentante personale e di studiare la proposta di inviare osservatori al Concilio. Circa il primo punto ricevette attestazioni di disponibilità e agli inizi del 1961 si pervenne però a una decisione definitiva perfezionata con la nomina di Bernard Pawley, rappresentante personale dell’arcivescovo di Canterbury (che più tardi avrebbe definito la visita di Fisher un «gesto ispirato»). Sul secondo punto ha scritto con acribia attingendo a diversi archivi Mauro Velati autore del recente «Separati ma fratelli. Gli osservatori non cattolici al Vaticano II», pubblicato dal Mulino (con cui pure nel 2011 lo stesso autore ha edito i verbali del Segretariato per l’unità dei cristiani nella preparazione del Vaticano II sotto il titolo «Dialogo e rinnovamento»).

Rete di contatti

«Per Fisher la missione a Roma doveva tenere un profilo piuttosto basso. Si trattava di avere una persona in loco che fosse in grado di “cogliere le opportunità nel momento in cui si presentavano”. I referenti da parte cattolica erano individuati in Dell’Acqua e Cardinale, per i loro stretti rapporti con il papa, e nel Segretariato». Così Velati, precisando pure che Fisher non era rimasto contento per le nomine dei membri inglesi all’interno del nuovo organismo diretto dal cardinale Bea e si era lamentato per l’esclusione del gesuita Bernard Leeming, i cui contatti con il mondo anglicano erano più stretti ed equilibrati. La preoccupazione maggiore di Fisher nel definire i contorni della missione rimaneva però «quella di un’adeguata rappresentanza della “inclusiveness” anglicana, cioè di quell’equilibrio di elementi e di posizioni che caratterizzava la chiesa». Come ha osservato ancora Velati, «la visita romana di Fisher con il suo strascico di dubbi e di polemiche fu l’episodio più clamoroso dell’entrata in scena del Segretariato». Meno nota ma certamente non meno importante fu la rete di contatti e visite, coperte dal segreto, che avvennero in quei mesi con esponenti non cattolici e che suscitarono apprensione nei Sacri Palazzi. E tra questi non pochi anglicani interessati ad entrare in varie questioni riguardanti i rapporti tra Roma e Londra. Da quelle riguardanti temi di carattere dottrinale o teologico, come le differenze dogmatiche il ruolo della mariologia, a quelle pratiche come i matrimoni misti o il proselitismo cattolico in territori di radicata presenza anglicana, o persino l’annunciata canonizzazione di alcuni martiri della riforma in Inghilterra pur senza intenti di «anti-anglicans propaganda», e via dicendo.

Dalla diffidenza all’impegno

Via via però si passava dalla diffidenza all’impegno sullo scenario dei rapporti ecumenici. E veniva recepito anche un certo stile giovanneo, i suoi sforzi, come avrebbe sintetizzato Agostino Casaroli, «per valutare la mentalità o gli atteggiamenti anche dei più lontani», per «rendersi conto delle loro difficoltà obiettive», la sua capacità «di saper creare un clima di fiducia, nonostante la distanza, o addirittura l’opposizione frontale delle posizioni reciproche», persino «la cura di non offendere le persone pur dicendo la verità» (così nel suo libro «Il martirio della pazienza», edito da Einaudi ormai diciassette ani fa).

Molto è cambiato

Anche secondo queste linee, dagli Anni Sessanta ad oggi davvero molto è cambiato e in una manciata di decenni o poco più, con maggior fiducia reciproca, il cammino ecumenico un po’ di strada – seppur lentamente, anche per nuovi problemi un tempo inesistenti – l’ha fatta: grazie al Vaticano II, grazie al lavoro della Commissione Internazionale anglicana-cattolica romana, alla serie di incontri succedutisi tra i vescovi di Roma e gli arcivescovi di Canterbury, tra Paolo VI e Ramsey, ma pure Donald Coggan, Robert Runcie e George Carey con Giovanni Paolo II, tra il Papa polacco e Benedetto XVI con Rowan Williams, tra Francesco e Justin Welby intronizzato due giorni dopo la messa di inaugurazione del pontificato bergogliano. Da ricordare anche che, il 14 giugno 2013, Welby, in visita a Roma per la prima volta come arcivescovo di Canterbury, insieme a Vincent Gerard Nichols, arcivescovo di Westminster, prima ancora di incontrare il cardinale Koch presso il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani e Francesco nella Biblioteca del Papa, si recava alla tomba di san Pietro e all’urna con le spoglie di Giovanni XXIII, lì raccogliendosi in preghiera per i progressi del dialogo ecumenico.

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