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L'arte senza tempo di ignorare i propri figli

Phoompiphat Phoomkaew/ Shutterstock

Jim Schroeder - pubblicato il 16/02/17

Manda un messaggio chiaro: "Non ho intenzione di affrontare – e quindi, inavvertitamente, rinforzare – certi comportamenti"

Avevo 14 anni. Anche se col tempo ne ho dimenticato il motivo, ero arrabbiato. Ero furioso, a dire il vero. Così furioso che ho iniziato a prendermela con mio padre come poche volte avevo fatto prima. L’ho riempito di minacce e ho fatto tutto il possibile per farlo sentire in colpa per quello che, pensavo, avesse fatto di sbagliato.

Ma mentre continuavo con la mia filippica, è successo qualcosa – o meglio, non è successo – che a poco a poco mi ha fatto sentire meno fiducioso nel mio senso di giustizia. Anche se mio padre potrebbe essere una persona emotiva, quel giorno ha fatto una cosa che non ho mai dimenticato.

Mi ha ignorato.

Con “ignorato” voglio dire che non ha detto nulla, non mi ha guardato, e non ha cercato di reagire in alcun modo. Si è semplicemente seduto, e così facendo mi ha ammutolito. Il messaggio era chiaro, e rimane chiaro ancora oggi: se mi manchi di rispetto, non ho intenzione di affrontarti. Se avessi voluto discutere con lui della questione, credo che lo scenario sarebbe stato diverso. Forse il risultato sarebbe stato lo stesso, ma probabilmente lui sarebbe stato disposto a parlarne. Ma non se il mio obiettivo era semplicemente sfogare la rabbia.

Nel corso degli ultimi 60 anni, l’analisi applicata del comportamento (Applied Behavioral Analysis, ABA) è diventata uno dei paradigmi meglio studiati e più efficaci per affrontare ogni tipo di comportamento negativo nella gioventù. Vengono utilizzate tre strategie di intervento: il rinforzo positivo, gli adattamenti ambientali e l’atto di ignorare. Per massimizzare l’efficacia, le tre strategie dovrebbero essere usate in combinazione. Ma a volte potrebbe servire di più ricorrere a una tecnica specifica. Ignorare, lo ammetto, potrebbe essere la più difficile, se i capricci del bambino sembrano essere senza fine, o se l’adolescente sbraita incessantemente.

Ma a prescindere dalla difficoltà, ignorare rimane un intervento potente perché manda un messaggio molto chiaro: “Non ho intenzione di affrontare – e quindi, inavvertitamente, rinforzare – dei comportamenti che penso non siano appropriati per la tua età, per il tuo sviluppo e per le persone attorno a te”. Intuitivamente, a volte i genitori pensano che l’atto di ignorare comprometta la loro autorità, perché equivarrebbe a non “sedare” l’insurrezione. Ma in realtà è vero il contrario. Si manda un chiaro messaggio che si è disposti ad ascoltare, a discutere, e a prendere in considerazione quello che il bambino ha da dire; ma solo se il genitore viene trattato da un essere umano, e non da capro espiatorio o da cassa di risonanza.


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Ma è importante fare qualche precisazione.

Punto primo: l’atto di ignorare non è consigliato nelle situazioni potenzialmente pericolose per se stessi, per gli altri, o per le proprietà, anche se nelle varie situazioni la linea di demarcazione non è sempre chiara. Ad esempio, per lavoro ho avuto a che fare con bambini che iniziano a battere la testa in giro, il che – per ovvie ragioni – spaventa i genitori. È importante considerare il potenziale danno, e se la questione debba essere affrontata in modo diverso (ad esempio, se il bambino sbatte ripetutamente la testa fatto su un materiale duro, come il cemento, potrebbero esserci gravi danni).

Punto secondo: il più efficace atto di ignorare comporta un’interruzione di ogni contatto fisico, verbale e visivo. Ignorare in modo parziale può comunque essere utile, ma il risultato non è ottimale.

Punto terzo: all’inizio, ignorare può effettivamente aumentare a breve termine il comportamento del bambino, perché – consciamente o inconsciamente – quest’ultimo pensa che deve soltanto impegnarsi di più (ad esempio, urlando più forte) per ottenere la vostra attenzione. Ma se i genitori persistono nell’ignorare, i comportamenti negativi che stanno cercando di cambiare quasi sempre diminuiscono.

Ultimamente, si è sviluppato un certo modo di pensare secondo il quale l’atto di ignorare (e altri interventi, come ad esempio il “timeout“) è visto come un atto disumano e che non risponde ai bisogni emotivi del bambino. Con rispetto parlando, devono essere considerati alcuni punti.

Punto primo: nessuno studio affidabile ha mai dimostrato che sia sbagliato utilizzare queste tecniche, mentre una miriade di studi attendibili ha mostrato i benefici derivanti dalla tecnica dell’ignorare.


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Punto secondo: se riflettiamo sul modo in cui i bambini diventano adulti, capiamo che gran parte di questo avviene attraverso l’apprendimento sociale inconscio. Se i bambini imparano che – a prescindere dal modo in cui trattano gli altri – gli adulti li ascolteranno immediatamente e interagiranno con loro, probabilmente saranno portati ad aspettarsi la stessa cosa quando saranno adulti. Il che può avere conseguenze sulle loro relazioni e persino sul loro lavoro. Amo i miei figli incondizionatamente. Ma spero che capiscano chiaramente che non mi piace certe cose che fanno, e neanche agli altri faranno piacere.

Tutti hanno diritto ad esprimere i propri pensieri e le proprie emozioni, ma in modo autenticamente rispettoso. Madonna ha il diritto di essere arrabbiata per le recenti elezioni. Trump ha il diritto di non essere d’accordo con Madonna. Ma nessuno ha il diritto di minacciare la santità di una persona o di luogo. Come ho imparato da mio padre anni fa, a volte la cosa migliore (e la più efficace) è ignorare le persone fino a quando non emerga la voce della ragione e dell’empatia. Allora, e solo allora, potremmo tornare ad avere un qualsiasi tipo di contatto, per provare a risolvere il problema in questione.

[Traduzione dall’inglese a cura di Valerio Evangelista]

Tags:
educazionefigligenitoripsicologia
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