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Sei vescovi contro il Patriarca siro-ortodosso: “Ha tradito la fede”

Vatican Insider - pubblicato il 15/02/17

È un «serio problema interno» quello esploso in seno alla Chiesa siro ortodossa. Lo ha riconosciuto lo stesso Mor Ignatius Aphrem II, Patriarca di Antiochia dei siro-ortodossi, rivolgendosi domenica scorsa ai fedeli presenti nella cattedrale di San Giorgio a Bab Tuma, nella città vecchia di Damasco. Il «problema serio» riguarda proprio lui, il Primate di quell’antica cristianità pre-calcedoniana, anch’egli «Successore di Pietro», visto che il principe degli Apostoli, prima di essere martirizzato a Roma, era stato anche a capo della Chiesa di Antiochia: sei metropoliti siro-ortodossi lo hanno pubblicamente accusato di “tradimento della fede”, scatenando una grandine di attacchi contro il Patriarca anche attraverso blog e social media

Le turbolenze tra il Patriarca e alcuni vescovi della sua stessa Chiesa prendono le mosse da intrecci complicati. Ma ufficialmente, il j’accuse più ad effetto rivolto contro Mor Ignatius Aphrem assume tinte dottrinali: il tradimento della fede” imputato al Patriarca dai suoi detrattori è quello di aver sollevato il Corano, in segno di rispetto, e di aver usato l’espressione «Profeta Mohammad», riferendosi a Maometto, in occasione di incontri a carattere inter-religioso. «Cristo ama tutti, e ci chiama a essere cotruttori di pace con tutti», replica il Patriarca ai suoi detrattori. Ripete che sollevare il Corano è solo una maniera di mostrare rispetto per centinaia di milioni di credenti musulmani sparsi nel mondo. E proprio chi strumentalizza quei gesti e quelle parole per dividere la Chiesa, «corpo di Cristo», è lui in realtà a offendere e rinnegare la fede degli Apostoli, «arrivata fino a noi a prezzo del sangue dei martiri». 

I sei vescovi anti-Patriarca sono usciti allo scoperto con una dichiarazione diffusa l’8 febbraio, in cui sostengono che il Primate della Chiesa non merita più il titolo di «defensor fidei», visto che a loro giudizio avrebbe seminato dubbi e sospetti nel cuore dei credenti, con dichiarazioni e gesti «contrari agli insegnamenti di Gesù Cristo, secondo il suo Santo Vangelo». Hanno anche minacciato di ordinare vescovi in tutto il mondo, se il Patriarca continuerà a «perseverare nei suoi errori». Ma le intemerate dei sei vescovi contro il Patriarca hanno provocato la risposta compatta degli altri 30 vescovi siro-ortodossi, che rappresentano la stragrande maggioranza del Sinodo.  

In un comunicato, che porta la data del 10 febbraio, i trenta vescovi bollano come «ribellione contro la Chiesa» le accuse rivolte al Patriarca di essersi allontanato dal «dogma cristiano ortodosso». Dichiarano preventivamente invalide tutte le ordinazioni sacerdotali e gli altri atti episcopali che costoro dovessero porre in atto senza il consenso del Patriarca. Richiamano i vescovi “ribelli” a pentirsi e a tornare sulla retta via, mentre confermano la propria piena comunione con il «legittimo Successore di Pietro», riconoscendo il tratto paterno della sua condotta, «attraverso la sua costante presenza in mezzo al popolo, soprattutto durante i tempi difficili». 

Attraverso i social media, sacerdoti e comunità siro-ortodosse sparse nel mondo esprimono la propria vicinanza solidale al Patriarca. Ma l’incresciosa vicenda capitata al Patriarcato siro ortodosso è solo l’ultimo degli incidenti registrati di recente in seno a molte comunità ecclesiali del Medio Oriente e del mondo arabo. Le convulsioni provocate dai conflitti e dalle contrapposizioni settarie in Medio Oriente hanno reso più evidenti fragilità e miserie in seno alle Chiese locali, catalizzando nuove divisioni. Nel giugno scorso, il Sinodo della Chiesa cattolica greco-melchita è stato interrotto e rinviato a causa del forfait dato da un certo numero di vescovi, che hanno fatto mancare il numero legale e chiesto le dimissioni del Patriarca Grégoire III e l’elezione di un nuovo Patriarca. Ma anche il Patriarca caldeo Louis Raphael I Sako ha dovuto portare avanti una dura battaglia per denunciare l’esodo di sacerdoti e religiosi fuoriusciti dalla propria Patria e emigrati in Occidente senza il consenso dei propri vescovi. Mentre il Patriarca siro cattolico Ignace Youssif Younan, a dicembre, ha sospeso a divinis tre sacerdoti che avevano inviato al Papa una lettera per chiedere le dimissioni di Yohanna Bedros Mouché, vescovo siro cattolico di Mosul. 

I contrasti in seno al clero delle Chiese in Medio Oriente sono anche un sintomo desolante della lontananza di molti chierici dalle sofferenze e dalle tribolazioni vissute in questo tempo da tanti battezzati. Gli scambi di accuse dottrinali funzionano spesso da sovraccoperta per “nobilitare” conflitti dalle motivazioni ben più prosaici, man mano che cresce anche il numero di vescovi, sacerdoti e religiosi trasformatisi in operatori finanziari, arruolati a tempo pieno in operazioni di “fundraising”, sotto l’insegna del sostegno ai “cristiani sofferenti”. Processi che alla lunga, per il futuro dele Chiese d’Oriente, potrebbero rivelarsi più devastanti delle violenze jihadiste

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