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Papa Francesco: non si annuncia Dio sentendosi troppo sicuri di sé

© Antoine Mekary / ALETEIA
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Il Pontefice a Santa Marta: due esempi da seguire sono i santi patroni d’Europa, Cirillo e Metodio, «araldi» del Vangelo con umiltà.

«Il vero predicatore è quello che si sa debole. Come agnello in mezzo ai lupi: il Signore lo proteggerà». Lo afferma papa Francesco nell’omelia mattutina odierna a Casa Santa Marta. Il Pontefice esclude che il Vangelo si possa predicare sentendosi troppo sicuri di sè: «Chi è inviato a proclamare la Parola deve farlo con franchezza e coraggio, con la forza della preghiera e con umiltà». Secondo il Vescovo di Roma, «c’è bisogno di seminatori della Parola, di missionari, di araldi come lo sono stati Cirillo e Metodio», gli evangelizzatori dell’Europa Orientale dei quali si celebra oggi la festa.

Il Vescovo di Roma – come riferisce Radio Vaticana – sostiene che c’è necessità di «seminatori di Parola», di «missionari, di veri araldi» per formare il popolo di Dio, come lo sono stati Cirillo e Metodio, «bravi araldi», fratelli coraggiosi e testimoni del Signore, che hanno «fatto più forte l’Europa», di cui sono patroni. È questa la premessa della predica papale di oggi, 14 febbraio 2017, che continua indicando i tre caratteri della personalità di un «inviato» che proclama la Parola di Dio, basandosi sulla Prima Lettura, con le figure di Paolo e Barnaba, e sul Vangelo di Luca, con i «settantadue discepoli inviati dal Signore due a due».

Per Papa Bergoglio, il primo tratto essenziale dell’«inviato» è la «franchezza», che include «forza e coraggio». La Parola del Signore infatti «non si può portare come una proposta – “ma, se ti piace …” – o come un’idea filosofica o morale, buona – “ma, tu puoi vivere così…” … No. È un’altra cosa. Ha bisogno di essere proposta con questa franchezza, con quella forza, perché la Parola penetri, come dice lo stesso Paolo, fino alle ossa. La Parola di Dio deve essere annunciata con questa franchezza, con questa forza… con coraggio».

La persona che «non ha coraggio – coraggio spirituale, coraggio nel cuore, che non è innamorata di Gesù, e da lì viene il coraggio! – no, dirà, sì, qualcosa di interessante, qualcosa di morale, qualcosa che farà bene, un bene filantropico, ma non c’è la Parola di Dio. E questa è incapace, questa parola, di formare il popolo di Dio. Solo la Parola di Dio – sottolinea Francesco – proclamata con questa franchezza, con questo coraggio, è capace di formare il popolo di Dio».

Dal Vangelo di Luca, ecco le altre due caratteristiche fondamentali di un «araldo» del Signore. È un Vangelo «un po’ strano», lo definisce il Pontefice, perché denso di elementi sull’annuncio: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai. Pregate dunque il Signore della messe perché mandi operai nella sua messe», ribadisce Francesco.

Oltre al coraggio, ai missionari di Dio serve la «preghiera: la Parola di Dio va proclamata con preghiera, pure. Sempre». Perché senza «preghiera, tu potrai fare una bella conferenza, una bella istruzione: buona, buona! Ma non è la Parola di Dio. Soltanto da un cuore in preghiera può uscire la Parola di Dio. La preghiera, perché il Signore accompagni questo seminare la Parola, perché il Signore annaffi il seme perché germogli, la Parola. La Parola di Dio va proclamata con preghiera: la preghiera di quello che annuncia la Parola di Dio».

Nel brano evangelico si trova pure «un terzo tratto interessante»: il Signore manda i discepoli «come agnelli in mezzo ai lupi»: così, «il vero predicatore è quello che si sa debole, che sa che non può difendersi da se stesso. “Tu vai come un agnello in mezzo ai lupi” – “Ma, Signore, perché mi mangino?” – “Tu, vai! Questo è il cammino”».

Aggiunge Francesco: «Credo che sia Crisostomo che fa una riflessione molto profonda, quando dice: “Ma se tu non vai come agnello, ma vai come lupo tra i lupi, il Signore non ti protegge: difenditi da solo”». In pratica, «quando il predicatore si crede troppo intelligente o quando quello che ha la responsabilità di portare avanti la Parola di Dio vuol farsi furbo, “Ah, io me la cavo con questa gente!’”, così, finirà male. O negozierà la Parola di Dio: ai potenti, ai superbi».

Il Papa cita poi un episodio a lui raccontato di una persona che «si vantava di predicare bene la Parola di Dio e si sentiva lupo». Dopo una bella predicazione «è andato in confessionale ed è caduto lì un pesce grosso, un grande peccatore, e piangeva,… voleva chiedere perdono». Così, «questo confessore incominciò a gonfiarsi di vanità» e la «curiosità» lo porta a domandare quale parola pronunciata lo abbia colpito «a tal punto da spingerlo a pentirsi». La risposta: è «stato quando lei ha detto passiamo a un altro argomento». Commenta e precisa Francesco: «Non so se sia vero», però certamente è vero che «si finisce male» se si annuncia la Parola di Dio «sentendosi sicuri di sé e non come un agnello» che è il Signore a proteggere.

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