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Coccopalmerio sul capitolo VIII dell’Amoris laetitia: nessun dubbio, la dottrina è rispettata

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Il libro del Presidente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi

È stato presentato stamattina presso la Sala Marconi di Radio Vaticana il volume “Il capitolo ottavo della Esortazione Apostolica Post Sinodale Amoris laetitia” (LEV 2017) del Cardinale Francesco Coccopalmerio, Presidente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi.
Il Capitolo ottavo della Esortazione Apostolica post-sinodale Amoris laetitia intitolato “Accompagnare, discernere e integrare la fragilità” è una parte «composta solo da ventidue numeri, dal n. 291 al n. 312, ma è molto densa e pertanto presenta maggiori difficoltà di analisi e di comprensione» scrive il cardinale Coccopalmerio, aggiungendo che il contenuto e la forma hanno portato a giudicarlo “con un certo sfavore o almeno con qualche riserbo”. Lo scopo del suo libro è quindi quello di “prendere in puntuale considerazione il prezioso testo del capitolo ottavo per cercare di coglierne il ricco messaggio dottrinale e pastorale”.

PERSONE CHE SI TROVANO IN SITUAZIONI NON REGOLARI: PIENA FEDELTÀ ALLA DOTTRINA TRADIZIONALE DELLA CHIESA

Il cardinale cita i testi in cui nell’esortazione viene ripetuta la ferma volontà di “restare fedeli alla dottrina della Chiesa su matrimonio e famiglia” e ricorda che “(…)Qualsiasi forma di relativismo, o un eccessivo rispetto al momento di proporlo, sarebbero una mancanza di fedeltà al Vangelo… mai nascondere la luce dell’ideale più pieno… di quanto Gesù offre…”.

LO SGUARDO DELLA CHIESA NEI CONFRONTI DEGLI IRREGOLARI

L’autore riporta i passaggi dell’Amoris Laetitia che mostrano l’importanza del discernimento pastorale, fondamentale per creare un dialogo con le persone che vivono situazioni di irregolarità:

“Infatti, ai Pastori compete non solo la promozione del matrimonio cristiano, ma anche «il discernimento pastorale delle situazioni di tanti che non vivono più questa realtà», per «entrare in dialogo pastorale con tali persone al fine di evidenziare gli elementi della loro vita che possono condurre a una maggiore apertura al Vangelo del matrimonio nella sua pienezza» (Relatio Synodi 2014, 41). Nel discernimento pastorale conviene «identificare elementi che possono favorire l’evangelizzazione e la crescita umana e spirituale» (ibid.)” (n. 293).

Il cardinale trae tre messaggi di natura pastorale dai brani che indicano ai sacerdoti l’atteggiamento da avere in presenza di unioni non regolari:


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IL PRIMO MESSAGGIO

«Il primo è di riconoscere in modo obiettivo e sereno, cioè senza preconcetti, senza giudizi affrettati, il motivo che ha determinato certi fedeli a fare la scelta non del matrimonio canonico, bensì di altre convivenze: tale motivo non è sempre, o non è frequentemente, la negazione del valore del matrimonio canonico, bensì qualche contingenza, come la mancanza di lavoro e perciò di reddito sicuro».

IL SECONDO MESSAGGIO

«Il secondo atteggiamento dei pastori d’anime deve essere quello di astenersi da una immediata condanna delle unioni non regolari e di riconoscere che in molte di esse ci sono elementi positivi, come la stabilità, garantita anche con un vincolo pubblico, un affetto vero verso il partner e verso i figli, un impegno a favore della società o della Chiesa».

IL TERZO MESSAGGIO

«Un terzo atteggiamento suggerito dai testi è certamente quello del dialogo con queste coppie, il che significa che i pastori d’anime non devono accontentarsi della situazione non regolare, ma devono operare perché i fedeli, che si trovano in quella situazione, riflettano sulla possibilità, anzi sulla bellezza e sulla opportunità, di arrivare alla celebrazione di un matrimonio nella sua pienezza, difronte alla Chiesa».

L’ESEMPIO DI UN CASO CONCRETO

Molto importante è il passaggio in cui viene affrontata la posizione di chi, consapevole della propria irregolarità, ha «grande difficoltà a tornare indietro senza sentire in coscienza che si cadrebbe in nuove colpe» come danneggiare l’educazione dei figli.

«Al fine di meglio illustrare quanto fin qui detto, ricorriamo a un caso concreto, cioè al caso di una donna che è andata a convivere con un uomo sposato canonicamente e abbandonato dalla moglie con tre bambini ancora piccoli. Orbene, questa donna ha salvato l’uomo da uno stato di profonda prostrazione, probabilmente dalla tentazione di suicidio; ha allevato i tre bambini non senza notevoli sacrifici; la loro unione dura ormai da dieci anni; è nato un nuovo figlio. La donna della quale parliamo ha piena coscienza di essere in una situazione irregolare. Vorrebbe sinceramente cambiare vita. Ma, evidentemente, non lo può. Se, infatti, lasciasse la unione, l’uomo tornerebbe nella condizione di prima, i figli resterebbero senza mamma. Lasciare l’unione significherebbe, dunque, non adempiere gravi doveri verso persone di per sé innocenti. È perciò evidente che non potrebbe avvenire “senza una nuova colpa”».


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VIVERE COME FRATELLO E SORELLA

Il cardinale ricorda la Familiaris consortio e le indicazioni stabilite da Giovanni Paolo II cioè la possibilità di confessarsi e fare la comunione purché si viva come «fratello e sorella», cioè astenendosi dai rapporti sessuali. Ed evidenzia anche che l’eccezione in proposito sollevata da Amoris laetitia si fonda su un testo della costituzione conciliare Gaudium et spes:

«In queste situazioni, molti, conoscendo e accettando la possibilità di convivere ‘come fratello e sorella’ che la Chiesa offre loro, rilevano che, se mancano alcune espressioni di intimità, “non è raro che la fedeltà sia messa in pericolo e possa venir compromesso il bene dei figli”». Così, propone l’autore del libro, «qualora l’impegno di vivere “come fratello e sorella” si riveli possibile senza difficoltà per il rapporto di coppia, i due conviventi lo accettino volentieri». Se invece tale impegno «determini difficoltà, i due conviventi sembrano di per sé non obbligati, perché verificano il caso del soggetto del quale parla il n. 301 con questa chiara espressione: “si può trovare in condizioni concrete che non gli permettano di agire diversamente e di prendere altre decisioni senza una nuova colpa”».

DUE CONDIZIONI FONDAMENTALI

Scrive il cardinale Coccopalmerio:

«La Chiesa, dunque, potrebbe ammettere alla Penitenza e alla Eucaristia i fedeli che si trovano in unione non legittima, i quali però verifichino due condizioni essenziali: desiderano cambiare tale situazione, però non possono attuare il loro desiderio. È evidente che le condizioni essenziali di cui sopra
dovranno essere sottoposte ad attento e autorevole discernimento
da parte dell’autorità ecclesiale (…)».

ISTRUIRE I FEDELI PER EVITARE LO SCANDALO

Continua l’autore:

«Resta, tuttavia, un ostacolo da superare, quello dello scandalo che dalla predetta ammissione verrebbe alla comunità. Con la parola scandalo intendiamo il seguente giudizio erroneo: poiché la Chiesa ammette ai sacramenti certi fedeli che si trovano in unione non regolare, ciò significa che quella unione è regolare e che quindi il matrimonio o non è necessario o non è indissolubile. È, pertanto, imprescindibile evitare il predetto scandalo. E ciò si ottiene istruendo i fedeli (…) È evidente, in ogni modo, che le Autorità ecclesiali competenti, direi le Conferenze episcopali, dovrebbero emanare con sollecitudine alcune linee guida per istruire fedeli e pastori in questa delicata materia».

«LA DOTTRINA È RISPETTATA»

Conclude il cardinale scrivendo che la dottrina è rispettata:

«La dottrina dell’indissolubilità del matrimonio è nel caso rispettata, perché i fedeli nella situazione ipotizzata si trovano in unioni non legittime, anzi, più precisamente, possiamo senz’altro affermare che tale condizione è oggettivamente di peccato grave. La dottrina del sincero pentimento che contiene il proposito di cambiare la propria condizione di vita come necessario requisito per essere ammessi al sacramento della Penitenza è nel caso rispettata, perché i fedeli nelle situazioni ipotizzate, da una parte, hanno coscienza, hanno convinzione, della situazione di peccato oggettivo nella quale attualmente si trovano e, dall’altra, hanno il proposito di cambiare la loro condizione di vita, anche se, in questo momento, non sono in grado di attuare il loro proposito».


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CHI NON È ASSOLUTAMENTE AMMESSO

«A chi invece la Chiesa non può assolutamente – sarebbe una patente contraddizione – concedere Penitenza ed Eucaristia? Al fedele che, sapendo di essere in peccato grave e potendo cambiare, non avesse però nessuna sincera intenzione di attuare tale proposito. Vi allude la Esortazione con queste parole: “Ovviamente, se qualcuno ostenta un peccato oggettivo come se facesse parte dell’ideale cristiano, o vuole imporre qualcosa di diverso da quello che insegna la Chiesa, non può pretendere di fare catechesi o di predicare, e in questo senso c’è qualcosa che lo separa dalla comunità (cfr Mt 18,17). Ha bisogno di ascoltare nuovamente l’annuncio del Vangelo e l’invito alla conversione…” (n. 297)».

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