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Fragile e narciso: non solo l’assenza di lavoro dietro il suicidio di Michele

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Il 30 enne della provincia di Udine aveva scritto una lettera d'addio. Don Fabio Bartoli: è il fallimento di noi educatori

Un trentenne friulano, Michele, ha detto addio alla vita. Il suo drammatico gesto e le cause che lo hanno determinato si leggono tutte in una lettera che ha lasciato ai genitori. Si è ucciso stanco – dice – del precariato professionale, accusando chi ha tradito la sua generazione, lasciandola senza prospettive (Agi, 7 febbraio).

La lettera viene pubblicata dal Messaggero Veneto di Udine (7 febbraio) per volontà degli stessi genitori che sperano che la denuncia del figlio non cada nel vuoto. Michele, dicono mamma e papà, era «un ragazzo della generazione perduta che ha vissuto come sconfitta personale quella che per noi è invece la sconfitta di una società moribonda che divora i suoi figli».

“DENTRO DI ME NON C’ERA IL CAOS”

Faceva il grafico era senza un lavoro stabile. «Dentro di me – scrive Michele – non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità».

«Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato», aggiunge il giovane spiegando che il mondo di oggi «è un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive».

“SONO STUFO DI PORMI DOMANDE”

«Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco», aggiunge Michele sottolineando che «i limiti di sopportazione sono soggettivi, non oggettivi. Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte».

«Ma – scrive ancora nella lettera trovata dalla madre un paio di giorni dopo il decesso – le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata».

COMPASSIONE PER UN RAGAZZO FRAGILE

Don Fabio Bartoli, parroco della chiesa di San Benedetto a Roma, scrittore e blogger, evidenzia ad Aleteia: «In questa storia si intrecciano diversi piani: da una parte c’è la compassione. Il ragazzo è fragile, come ammette lui stesso quando si definisce una persona sensibile, stanca, con un limite di sopportazione ormai ridotto a zero. E’ la dimostrazione che questo mondo non ha spazio per le persone fragili».

ATTEGGIAMENTO DA NARCISO

Come educatore, prosegue don Fabio, «mi interrogo sulle domande importanti che pone questa lettera. E’ prima di tutto la risposta di una persona narcisista ad un disagio reale. L’idea narcisistica che tutto è dovuto, che si hanno diritti sul mondo, oggi è ancora più amplificata dalla rete e i social network. Non giudico Michele perché non lo conosco, ma con questa “malattia” bisogna farci i conti! Le cose non si pretendono ma si guadagnano e questo insegnamento, alla base di ogni esperienza di vita, è così difficile da trasmettere ai giovani!».

“LA RESPONSABILITA’ E’ DI NOI EDUCATORI”

La sfida, dice il sacerdote, «è andare oltre il proprio io, capire che non si è il centro del mondo e impostare invece la vita in relazione all’altro, come servizio. il mondo in cui viviamo purtroppo non ha saputo insegnare a questi ragazzi il valore del “minimo”, in una società ultracompetitiva tu hai successo solo se sei il campione del mondo, se non sei il primo sei zero. Ma la colpa è nostra, di noi educatori, che non abbiamo saputo insegnare a Michele la bellezza e il valore delle cose semplici. Vuoi sapere cosa è il massimo? Il massimo è il sorriso di tuo figlio!»

NON E’ SOLO QUESTIONE DI FEDE

Tutto il resto, osserva don Fabio, «o è strumentale a questo oppure è inutile e vuoto. Non è neanche una questione di fede, anche se certamente la fede aiuta, ma di umanità, di un modo più umano di vivere e di pensare la vita. Il problema è che i ragazzi non sono educati a gestire le frustrazioni e quindi non sanno più accettare i no. La deriva narcisistica di cui tutti noi e non solo Michele siamo vittime è la conseguenza di un sistema educativo che non sa più vietare, che non è più capace di dare dei limiti».

L’INVOLUZIONE DELLA CHIESA

E poi, conclude il sacerdote, «c’è una domanda che mi interroga anche come Chiesa. Fino a pochi anni fa il nord-est era il serbatoio e il giardino della Chiesa, metà dei missionari italiani vengono dalle diocesi di Verona e Padova, ma oggi quell’immenso capitale umano che fine ha fatto?».

Anche senza bisogno di citare recenti e tristissimi fatti di cronaca, chiosa, «basta aprire una qualsiasi statistica sul consumo di alcool e droga da parte degli adolescenti per capire che la Chiesa nel ricco nord-est semplicemente non esiste più come agenzia educativa».

 

LA RISPOSTA DEI VESCOVI DEL SUD

Intanto la Chiesa delle regioni del Sud prova a dare una risposta concreta all’emergenza lavoro giovanile. A Napoli i vescovi (un centinaio) si riuniscono per stilare un nuovo documento sul Mezzogiorno, il quarto, dopo quelli del gennaio 1948, ottobre 1989 e febbraio 2010.

Quattro documenti in 69 anni. E colpisce il lasso di tempo, sempre più ravvicinato, tra un appello e l’altro: 41 anni tra il primo e il secondo, 21 tra il secondo e il terzo, 7 tra il terzo e l’ultimo.

Molte Curie annunceranno di voler mettere a disposizione terreni e immobili per sperimentare forme nuove di occupazione e di gestione cooperativa, come si è già fatto a Policoro e Pomigliano (Corriere del Mezzogiorno, 8 febbraio).

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