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Marocco: l’apostata non rischia più la morte

© Kevin Schoenmakers / Flickr
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Svolta degli ulema del regno: abbandonare l’Islam è una questione personale e non rappresenta un reato

di Chiara Pellegrino

Liberi di abbandonare l’Islam senza rischiare la morte: è la svolta degli ulema del Marocco, i dotti religiosi. L’apostasia, in arabo “ridda”, è da sempre un tema critico e molto dibattuto nel mondo musulmano. Nel diritto islamico infatti è considerata un reato punibile con la pena di morte. I due casi più noti in Occidente sono quello di Salmān Rushdie, autore del romanzo I versi satanici, che nel 1989 gli valse la fatwa con cui l’ayatollah Ruhollah Khomeini chiedeva di condannarlo a morte, e il caso di Nasr Hāmid Abū Zayd, intellettuale egiziano condannato nel 1995 per aver avanzato un’interpretazione storico-razionalistica del Corano. Si è poi rifugiato in Olanda.

Ciclicamente, intellettuali, ulema, giurisperiti e politici musulmani ritornano sulla domanda se l’apostata meriti un castigo terreno o se invece la punizione sia prerogativa esclusiva di Dio nell’aldilà. Se in molti momenti della storia è prevalsa la prima interpretazione, a questa oggi se ne affiancano altre, che mettono in discussione la pena tradizionalmente comminata all’apostata (murtadd), ma anche il significato stesso del termine.

In questo senso sono inedite le dichiarazioni rilasciate solo pochi giorni fa dal Consiglio scientifico superiore del ministero degli Habous (Affari religiosi) marocchino che, in Sabīl al-‘ulamā’ (La via degli ulema), volume di oltre 150 pagine, prende le distanze dalla tradizionale accezione di apostasia e dalla pena prevista per questo reato. Secondo questo documento Murtadd non sarebbe infatti chi abbandona l’Islam a favore di un’altra religione, ma chi tradisce il proprio gruppo di appartenenza.

«La comprensione più corretta della questione dell’apostasia risiede nello spirito della tradizione e della biografia del Profeta, che per apostata intende il traditore del gruppo (khā’in al-jamā‘), colui che ne rivela i segreti e lo danneggia facendosi forza dei suoi avversari, ciò che è equiparabile all’alto tradimento per le leggi internazionali» si legge nel documento. La commissione di fatto propone una nuova interpretazione dei due hadīth (detti del Profeta) tradizionalmente citati a sostegno dell’apostasia, calandoli nelle circostanze storiche in cui sarebbero stati rivelati: “Chi cambia la sua religione, uccidetelo”, e “Chi abbandona la religione è colui che si stacca dal gruppo”. In un contesto di guerre endemiche qual era il periodo in cui nacque l’Islam – spiega il documento – abbandonare i musulmani significava unirsi ai miscredenti. L’apostasia era perciò di natura politica, non dottrinaria.

Secondo gli ulema, quest’accezione di apostasia sarebbe evidente in alcuni fatti storici dell’epoca. Abū Bakr, il primo dei quattro Califfi ben guidati, il quale secondo la tradizione era solito muovere guerra contro gli apostati intesi come traditori politici, perché, rifiutando di sottomettersi all’imam, dividevano l’unità del gruppo e inficiavano la comprensione della religione distruggendone i pilastri.

Quanto alla pena da comminare agli apostati, l’accordo di Hudaybiyya – spiegano gli ulema – prevedeva che chi si fosse convertito all’Islam e in seguito fosse tornato (irtadda) alla tribù dei Quraysh non avrebbe più dovuto essere cercato dai musulmani, mentre i miscredenti che avessero voluto unirsi ai musulmani sarebbero stati accolti nella umma. Che infliggere la morte non sia lecito sarebbe evidente anche in un hadīth successivo, rivelato dopo che un beduino convertitosi all’Islam tornò sui suoi passi chiedendo di poter annullare la sua professione di fede (shahāda). Secondo la tradizione il Profeta accolse la richiesta senza fare alcun male al uomo e poi rivelò il detto seguente: «Medina è come il mantice, espelle la sua malvagità e fa risplendere il buono».

Un’ulteriore evidenza dell’illiceità della pena di morte sarebbe un passo coranico nella sura della Vacca: “Quanto a quelli di voi che avranno abbandonato la fede e saran morti negando, vane saranno tutte le opere loro in questo mondo e nell’altro, e saranno dannati al fuoco, dove rimarranno in eterno” (2,217).

In definitiva, secondo il ministero degli Affari religiosi non c’è apostasia se chi abbandona l’Islam lo fa senza minacciare la coesione della comunità.

Questo passaggio dalla dimensione religiosa a quella politica costituisce peraltro un superamento della posizione assunta dagli stessi Habous nel 2012 – anno a cui risale la fatwa in cui il ministero marocchino confermava la pena di morte per gli apostati dell’Islam – e sarebbe stato imposto dalle nuove condizioni che oggi l’Islam vive a causa dei gruppi estremisti, che giustificano atti di violenza e sangue abusando della tradizione decontestualizzandola. Dal Marocco all’Egitto, diverse istituzioni islamiche tradizionali in questo momento storico collaborano con i governi per rafforzare un approccio meno letterale dei testi in funzione anti-fondamentalista. Occorrerà adesso capire dove poterà in concreto la svolta degli ulema marocchini: il diritto penale marocchino già non prevedeva la pena di morte per l’apostata e si apre adesso la questione di chi deciderà caso per caso se l’apostasia è politica o religiosa.

La decisione degli ulema marocchini rappresenta una posizione condivisa da molti pensatori musulmani riformisti, ma che per la prima volta è fatta propria in maniera così esplicita da una istituzione religiosa ufficiale.

Per esempio, dopo le rivoluzioni arabe del 2011, anche al-Azhar, tra le più prestigiose istituzioni dell’Islam sunnita, ha pubblicato una importante dichiarazione sull’ordinamento delle libertà fondamentali, tra le quali menzionava la libertà di credo, ma senza fare riferimenti alla questione dell’apostasia, lasciando di fatto la questione in sospeso.

La via scelta dagli ulema marocchini si colloca a metà strada tra due estremi. Da un lato vi è chi, come l’intellettuale l’egiziano Ahmad Subhī Mansūr, rifiuta l’autenticità degli hadīth su cui si fonda la pena prevista per l’apostata e rimanda alla disciplina prevista dal Corano, che riserva a Dio il giudizio su chi abbandona l’Islam. Dall’altro chi invece, rifacendosi alla dottrina tradizionale e adottando un approccio letterale ai testi, vorrebbe continuare a punire l’apostata con la morte, come indicato nei due hadīth. Gli ulema marocchini non mettono in discussione la bontà della tradizione testuale, ma vi si accostano con una lettura contestuale.

 

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE

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