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Gesuiti e Coreis: “Muslim ban, un affronto a cristiani e musulmani”

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«Un affronto ai nostri comuni valori musulmani e cristiani e una negazione della nostra condivisa umanità». Una forte critica quella espressa dal Servizio dei Gesuiti per i Rifugiati (Jrs) e dalla Comunità Islamica italiana (Coreis) contro l’ordine esecutivo di Donald Trump che vieta l’ingresso ai cittadini di sette Paesi a maggioranza islamica. «L’ordine è chiaramente discriminatorio, e mette a repentaglio i rapporti cristiano-musulmani», si legge in una nota congiunta firmata da padre Thomas H. Smolich e dall’imam Yahya Pallavicini, in coincidenza con la celebrazione della Settimana mondiale dell’armonia interreligiosa istituita dalle Nazioni Unite. Citando la Bibbia e il Corano, i due firmatari affermano che il decreto anti-immigrazione del presidente Usa «vìola un dovere fondamentale delle nostre comuni tradizioni religiose» e «viene meno al fine stesso dell’esistenza del genere umano sulla terra». 

Pur dando atto al «dovere dei governi nazionali di proteggere il propri cittadini dalle situazioni di pericolo e di disciplinare le proprie frontiere a tutela della sicurezza nazionale», vi sono, tuttavia, «esigenze di ordine etico che trascendono i limiti dei confini nazionali, tra cui quella di assicurare protezione ai membri della famiglia umana che versano in situazioni di grave rischio», si legge nel documento. «In un mondo quotidianamente ferito da violenze, ingiustizie, terrore e tirannia, le nostre tradizioni musulmane e cristiane ci chiamano a dare prova di coraggio e generosità, senza cedere alla paura o all’egoismo».  

«Come organizzazioni musulmane e cristiane affermiamo la nostra solidarietà nei confronti di tutti i rifugiati, a prescindere dalla loro rispettiva fede. Ogni tentativo di respingere rifugiati sulla base della loro fede religiosa è in contrasto con i valori cristiani e musulmani della dignità umana, della cura per i più deboli della società, e della libertà religiosa», scrivono ancora Jrs e Coreis.  

Mettono quindi in guardia dal rischio che «un bando imposto di fatto a una moltitudine di rifugiati musulmani potrebbe essere motivo di risentimento settario, alimentare il radicalismo, e inasprire eventuali tensioni religiose». Smolich e Pallavicini si dicono inoltre «seriamente preoccupati» dalla sospensione temporanea del programma di accoglienza dei rifugiati siriani, «proprio nel momento in cui quasi 5 milioni di siriani sono stati costretti a fuggire dalle violenze in atto nel loro Paese». E confessano anche di essere «allarmati» dall’annunciata politica «che intende riconoscere priorità ai rifugiati che si dichiarino vittime di persecuzione religiosa in paesi in cui la loro fede è minoritaria». L’ordine esecutivo di Trump rischia infatti «di destabilizzare la protezione dei rifugiati in senso globale, in quanto riduce il numero dei luoghi di reinsediamento e sbarra l’accesso alle richieste di asilo».  

L’invito delle due organizzazioni è quindi rivolto ai governi affinché si oppongano al bando degli Stati Uniti e facciano in modo «che sia potenziata nella sua struttura la protezione dei rifugiati nei rispettivi Paesi». Un appello anche a «quelli che potrebbero voler attuare politiche isolazioniste ad approfondire le cause strutturali che sono alla base dello sfollamento forzato, e a condividere in maniera equanime l’onere derivante dalla protezione data ai rifugiati». 

«Cristiani e musulmani appartengono a tradizioni religiose che affondano ambedue nell’esperienza dell’esilio e dell’ospitalità di Dio», conclude la nota congiunta. «Atteggiamenti ostili nei confronti degli sfollati non trovano posto nelle nostre tradizioni religiose, semmai sono manifestazioni di un solenne fallimento sul piano morale. Le nostre fedi invitano tutte le persone di buona volontà a promuovere ovunque una più profonda cultura dell’ospitalità nei confronti dei migranti e degli sfollati». Auspicio di padre Smolich e dell’imam Pallavicini è che «sia dunque riconosciuta la dignità di ognuno e il diritto di ciascuno di vivere in sicurezza in questa che è la nostra casa comune». 

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