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Cosa succede quando invidia e risentimento si fanno spazio nel tuo cuore senza che te ne renda conto?

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di Nory Camargo

Questo cortometraggio creativo ci permette di capire in modo abbastanza semplice come funzionano i nostri sentimenti, soprattutto quelli negativi. Quelli che ci riempiono di rancore e di odio nei confronti di altre persone e che col passare del tempo (spesso senza che ce ne rendiamo conto) crescono a dismisura, fino a quando non sappiamo come fermarli, affrontarli o semplicemente lasciarli andare.

L’odio è un sentimento che ci consuma, ci toglie un pezzo di ciò che siamo davvero, della felicità, dei sorrisi, dello splendore negli occhi, della spontaneità; ci strappa completamente la dolcezza del cuore. Ci rende esseri freddi e distanti, pieni di rabbia, che vogliono contagiare gli altri con quello che li brucia dentro. Ci fa male più di qualsiasi altra cosa al mondo, ma non diciamo mai agli altri che è più la tristezza dell’odio, o forse neanche noi ne siamo consapevoli.

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Immaginiamo che ogni volta che proviamo gelosia o invidia per un’altra persona si conficchi nel nostro cuore un chiodo. Ci attraversa, non siamo più gli stessi e arriva un momento in cui nel cuore non c’è più spazio per altri chiodi. La pazienza e le forze si sono esaurite e l’odio (senza che ce ne rendessimo conto) ha riempito completamente il nostro cuore. Ci sarà una cura?

Per alcuni può risultare fastidioso che altri parlino loro del perdono, perché la persona piena d’odio si è chiusa alla possibilità di immaginare un altro scudo affettivo che non sia il risentimento, ma la verità è che la cura per l’odio è l’amore del Padre, quell’amore dolce e confortante che guarisce tutto, per quanto possa sembrare impossibile. Anche se la parte maggiore nel processo di imparare a perdonare spetta a Dio, non possiamo lasciare tutto il compito a Lui, men che meno se abbiamo l’atteggiamento comune di sfida, quello in cui non preghiamo e non chiediamo con umiltà, ma esigiamo: “Tu sei il Dio che può tutto, no?”, o “Se davvero esisti, dove sei per aiutarmi?”

Questo cortometraggio presenta l’istante preciso in cui la sorellina minore si rende conto di non farcela da sola, che quell’odio che è diventato un mostro diventa sempre più grande e può arrivare a danneggiare la sorella. Con cosa lo combatte? Con l’amore e il perdono. Anche se sembra facile e suona ancor più semplice quando viene dalla bocca di un’altra persona che cerca di consigliarci, perdonare non è facile. Il primo passo da compiere è voler perdonare, voler guarire le ferite del cuore, voler andare avanti mettendo da parte tutto ciò che ci ha ferito.

Se abbiamo questa volontà possiamo chiedere aiuto a Dio, e il secondo passo diventa un dialogo con Lui, nel quale è ben chiaro che pur non sentendoci capaci di perdonare c’è la voglia di farlo, esiste il proposito. È lì che Dio Padre ci dona la forza sufficiente per togliere quei chiodi dal cuore, uno ad uno. Quello che molte persone non capiscono è che il perdono non si verifica da un giorno all’altro. In base alla profondità della ferita ci metteremo più o meno tempo a guarire. Alcuni potranno farlo dopo qualche giorno, ad altri serviranno mesi, ad altri ancora anni per arrivare a perdonare completamente, ed è del ttuto normale, sempre che in questo processo avanziamo mano nella mano con Dio.

Un giorno qualcuno mi ha detto che le persone che odiano portano tra le mani pietre infuocate che bruciano solo loro, ma non la persona che ha fatto loro del male. Ci ho pensato molto, perché è vero – quando odiamo ne usciamo male solo noi. Siamo solo noi che ci svegliamo ogni mattina con quel dolore che ci pugnala. E allora cosa stiamo aspettando per perdonare? Pregate per quella persona che vi ha fatto del male o per quell’amico o familiare a cui sapete che costa moltissimo entrare nel processo del perdono.

Che ne pensate? Vi risulta difficile perdonare?


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Nory Camargo è colombiana, ha 22 anni, studia Comunicazione Sociale e Giornalismo all’Universidad de la Sabana ed è madre single di un bambino di nome Juan José.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

QUI IL LINK ALL’ARTICOLO ORIGINALE

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