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L’umanità vince con “Hope”

Facebook/Anja Ringgren Loven
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Simbolo della malnutrizione e dei pregiudizi dell'Africa il piccolo bimbo nigeriano "rinasce" grazie ad una volontaria danese

Due foto a confronto, prima e dopo la cura. Non solo il cibo, l’acqua, i medicinali, ma il prendersi cura. Il piccolo “Hope” (speranza in inglese) com’è oggi e com’era appena un anno fa, prima che la volontaria danese Anja Ringgren Loven e suo marito lo trovassero e lo adottassero.

“scheletrito, nudo, sporco, pieno di parassiti allora; con le guanciotte piene, vestito con camicetta a quadretti, pantaloncini rossi, scarpe da ginnastica, zainetto inspalle e l’aria serena oggi.

“È da una settimana che ha iniziato ad andare a scuola“, ha dichiarato la Loven, che insieme al marito, David Emmanuel Umem, gestisce un piccolo orfanotrofio nel sud-est della Nigeria, specializzato nell’accoglienza di bambini e ragazzi ostracizzati da villaggi e famiglie come conseguenza di superstizioni, chiamato African Children’s Aid Education and Development Foundation (Acaedf)” (Avvenire, 4 febbraio)

Hope era considerato un Ndoki  (un bimbo-stregone, NdA), probabilmente perché soffre di ipospadia, una malformazione congenita dell’uretra e del pene, spesso la malformazione viene visto come cattivo presagio in alcune culture tradizionali. Per questo il piccolo aveva girovagato da solo, disperato, per almeno otto mesi nutrendosi di quello che trovava per strada fino all’incontro con la volontaria e suo marito.

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