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Riina jr padrino in Chiesa, monsignor Pennisi: “Una scelta imprudente”

Vatican Insider - pubblicato il 06/02/17

La conversione di un mafioso è possibile e, anzi, auspicabile. Ma non basta che avvenga «nel cuore»: serve una presa di distanza «pubblica» dalla mafia. Monsignor Michele Pennisi, vescovo di Monreale, riflette sulla vicenda di Giuseppe Salvatore Riina, figlio del boss di Cosa Nostra, pure lui condannato per mafia (a 8 anni e 10 mesi), che nel periodo natalizio è tornato a Corleone (con un permesso del tribunale) per fare da padrino al battesimo della nipote. Il vescovo è stato informato dell’accaduto in Tanzania, dove si trova tuttora in visita ai missionari e alle attività promosse dalla sua diocesi nel Paese africano. Lo raggiungiamo 

Raggiunto al telefono dall’agenzia Sir, il presule rimarca la posizione della Chiesa verso la mafia e i mafiosi: «Sono stato informato da un giornalista un mese dopo che il fatto era successo. Colto di sorpresa, ho espresso disappunto – racconta -. Il parroco avrebbe dovuto avvisarmi. Lui – che è un pastore zelante, apprezzato dalla gente – si è giustificato dicendo che questo signore aveva ricevuto la Cresima a Padova. Forse, però, in questo caso è stato poco avveduto, imprudente». 

Secondo il vescovo di Monreale, «non basta avere la Cresima per fare da padrino, o da madrina, a un battesimo. Ci vuole anche – e lo ricorda il diritto canonico – una vita conforme alla fede e all’incarico che si è assunto. La questione è proprio questa: il padrino è chiamato ad accompagnare nella fede la persona che viene battezzata o cresimata, e a essere un testimone di vita». Nel caso in questione serve una conversione: «Se sulla sincerità del cammino può giudicare solo Dio, servono però anche segni esteriori di conversione. Che, in questo caso, non mi sembra ci siano stati. Lui non ha preso le distanze dalle stragi operate o comunque ordinate da suo padre. Anzi, in alcune intercettazioni figura che, a proposito delle uccisioni di Falcone, Borsellino e altri, usò espressioni pesanti e offensive per le quali non mi risulta si sia mai scusato». 

«Un mafioso che si converte deve dichiarare pubblicamente che prende le distanze dalla mafia e si pente», afferma Pennisi. «L’appartenenza alla mafia, sancita da una sentenza passata in giudicato, è un fatto pubblico. E pure la conversione non può essere solo intimistica, ma dev’essere pubblica, implicando un cambiamento di vita… Il pentimento implica che si chieda perdono alle vittime, che si condanni la mafia e che, per quanto possibile, si cerchi di riparare al male fatto. In questo caso, però, non trovo nulla di tutto ciò». 

Oltretutto, spiega il vescovo, «bisogna prestare attenzione a come il codice mafioso interpreta la figura del padrino…», ricordando che «per la mafia, spesso, chi svolge questa funzione ha il compito di fare entrare la persona di cui si è padrini in un circuito, che se è mafioso non è certo cristiano: il primo prende sotto la sua protezione una persona, le fa fare carriera, la inserisce in una cosca mafiosa, le offre protezione e regali; il padrino cristiano, invece, è un educatore e un testimone della fede».  

Rimarcando, dunque, che «la mafia non è compatibile con il Vangelo», monsignor Pennisi domanda una «riflessione non affrettata, inserita in un contesto di discussione più vasto che riguarda l’iniziazione cristiana d’ispirazione catecumenale, scelta che ha fatto la Chiesa italiana cui bisogna dar corso, che richiede tempo ed energie. Questa – sottolinea – prevede non solo che uno conosca la dottrina cristiana, ma pure che sia iniziato alle virtù cristiane – la fede, la speranza, la carità – e alla preghiera, a una testimonianza di vita». 

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