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La Chiesa si aspetta che soffriamo anziché “morire con dignità”?

Robert Hoetink/Shutterstock

Grace Emily Stark - pubblicato il 06/02/17

Ci sono due cose da tenere a mente quando cerchiamo vera compassione per noi stessi e per i nostri cari

A una persona che affronta una malattia terminale – o a qualcuno che guarda una persona cara soffrire quotidianamente per un male incurabile – può sembrare che il divieto da parte della Chiesa del suicidio medicalmente assistito possa solo costringere le persone a sopportare un dolore che non è necessario. In realtà, la Chiesa capisce due cose:

la prima è la profonda verità per la quale la vita è un dono del Padre e nessuna sofferenza può rubarle la dignità e la bellezza che possiede;

la seconda è la consapevolezza che anche se la vita non dovrebbe essere eliminata da noi stessi o da altri, non siamo costretti a prolungarla con ogni mezzo necessario – soprattutto se possiamo definire razionalmente un’assistenza di questo tipo “sproporzionata” rispetto ai benefici.

Secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica, ogni forma di suicidio è proibita perché non riconosce che la nostra vita non ci appartiene. Come Datore di ogni vita, solo Dio ha l’autorità di prendere il dono di una vita umana.

Il suicidio ignora la realtà di questo dono, e
– assume una falsa proprietà su vite che dovremmo solo amministrare (CCC 2280)
– “è un’offesa all’amore del prossimo, perché spezza ingiustamente i legami di solidarietà con la società familiare, nazionale e umana, nei confronti delle quali abbiamo degli obblighi” (CCC 2281).


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In questo modo, la Chiesa riconosce che commettendo suicidio un individuo non solo danneggia il rapporto tra sé e il Padre Celeste, ma mette anche a dura prova i rapporti sociali che ci legano qui sulla Terra. Una madre e moglie che si suicida elimina il diritto naturale dei suoi figli al loro genitore e il diritto sacramentale del marito alla sua sposa.

La consapevolezza della santità della vita e il riconoscimento di quest’ultima come dono divino non significa ad ogni modo che la vita debba essere prolungata a qualsiasi costo.

La Chiesa cattolica lo riconosce da tempo, ed è il motivo per il quale nessuno è costretto a ricevere un’assistenza ritenuta gravosa in modo sproporzionato rispetto ai benefici – anche se potenzialmente potrebbe prolungare la vita del paziente. Questo concetto deriva da una lunga tradizione dell’assistenza sanitaria cattolica che distingue tra quella che veniva chiamata assistenza “ordinaria vs. straordinaria” e a cui ora ci si riferisce come ad assistenza “proporzionata vs. sproporzionata”.

Per illustrare questi concetti, usiamo l’esempio di un medico che si chiede se deve utilizzare lo stesso trattamento per due pazienti molto diversi.

Il primo paziente è una donna incinta sana che soffre di complicazioni per hyperemesis gravidarum – nausea e vomito in gravidanza così gravi da provocare perdita di peso e disidratazione. Nel caso di questa paziente, l’alimentazione e l’idratazione artificiali sarebbero probabilmente considerate un’assistenza “proporzionata”, perché il peso (dolore, rischio…) associato al trattamento è più che sufficiente a giustificare il beneficio della cura, ovvero preservare la vita di madre e figlio.

Il secondo paziente è un uomo anziano che soffre per gli stadi finali di un cancro al polmone, che ha perso l’appetito o la capacità di nutrirsi e a cui il luogo in cui vengono inseriti i tubi si sta pericolosamente infettando. Per questo paziente la cura potrebbe essere considerata “sproporzionata”, visto che il beneficio che offre non è più sufficiente a giustificare il peso delle serie complicazioni che sta provocando.


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Va notato che per entrambi i pazienti la stessa cura potrebbe essere considerata “proporzionata” o “sproporzionata” in base a una serie di considerazioni cliniche rilevanti. Il medico potrebbe quindi essere giustificato nel caso in cui suggerisse di non portare avanti la cura per il secondo paziente sostenendo al contempo che invece si continui per la prima.

Come la Chiesa non richiederebbe mai che un paziente si sottoponga a una serie complicata di cure sproporzionate (come potrebbe essere il caso del secondo paziente), non offrirebbe mai l’opzione falsamente definita “degna” del suicidio medicalmente assistito.

Sosterrebbe invece che al paziente venga offerta una vera compassione (dal latino “patire con”), il che implicherà l’offerta di un’adeguata gestione del dolore e/o cure palliative nei suoi ultimi giorni e nelle sue ultime ore su questa Terra. La Chiesa sostiene l’approccio duale dell’adeguata gestione del dolore e delle cure palliative proprio perché entrambe le pratiche promuovono l’obiettivo che afferma la vita che consiste nell’“uccidere il dolore, non il paziente”, e possono portare a una qualità di vita significativamente migliore per i pazienti e per chi li assiste.

Nell’esempio del secondo paziente, possiamo quindi vedere che la Chiesa non condanna nessuno alla sofferenza, né a una morte senza “dignità”.

Promuovere il suicidio medicalmente assistito ignorerebbe le realtà di quello che significa essere una persona umana, dotata della dignità che deriva da una vita donataci dal nostro Creatore, ed essere ricevuti da Lui quando deciderà. Questa è solo una parte del ragionamento della Chiesa soggiacente al suo divieto del suicidio medicalmente assistito, e i cattolici possono essere certi che si tratti di un ragionamento caratterizzato dall’amore e rafforzato da una visione più profonda della sofferenza di quella che spesso caratterizza la nostra cultura.


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Grace Emily Stark è una scrittrice freelance specializzata in Bioetica e Politiche Sanitarie. Nel tempo libero insieme al marito insegna la scienza e la bontà soggiacenti alla Pianificazione Familiare Naturale. Ama cucinare, insegnare a nuotare ai figli degli amici e piangere di gioia leggendo le storie di persone anziane sposate da una vita. I suoi scritti sono apparsi su Public Discourse, Daily Signal, Federalist, RedState e il Marianas Business Journal.

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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