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Il Papa viaggia? Ecco che cosa vuole dire

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«”Credo che di tutte le dignità di un papa, la più invidiabile sia la paternità […] È un sentimento che non affatica […] Mai, neanche un momento, mi sono sentito stanco, quando ho alzato la mano per benedire. No, io non mi stancherò mai di benedire o di perdonare”. Paolo VI diceva questo (a Jean Guitton) subito dopo essere tornato dall’India. Credo che siano parole che spiegano il perché i papi nell’epoca contemporanea abbiano deciso di viaggiare…». Così papa Francesco – nel colloquio con Andrea Tornielli riportato in apertura al suo volume «In viaggio» edito da Piemme – facendosi interprete del significato del viaggiare nel servizio petrino a partire da Paolo VI – il primo su un aereo, pellegrino nel mondo – sino alla propria esperienza. Ora, proprio al tema dei viaggi di Papa Montini, sarà dedicato – nell’ambito dell’iniziativa promossa dal Comune di Brescia «Dialoghi tra i popoli nel nome di Paolo VI» – l’appuntamento che si svolgerà a «Palazzo della Loggia» l’8 febbraio alle 18.  

Interverranno monsignor Leonardo Sapienza, rogazionista, reggente della Prefettura della Casa pontificia che alla figura del Pontefice bresciano e ai suoi scritti ha dedicato diversi libri, e lo storico Alberto Melloni, titolare della cattedra Unesco sul Pluralismo religioso e la Pace dell’Università di Bologna che pure promuove l’incontro.  

Aperto dal sindaco di Brescia Emilio Del Bono e dalla presidente del consiglio comunale della città, Laura Parenza, l’evento intende riscoprire i viaggi di Paolo VI strumenti di una Chiesa messasi in ascolto dei problemi del mondo. Come sottolineano Giorgio Bernardelli e Lorenzo Rosoli nel loro libro «Paolo VI, destinazione mondo» (Editrice missionaria italiana) «pur nella loro brevità, i viaggi di papa Montini sono stati viaggi veri, non trasferte» ed hanno inanellato «incontri fecondi fra Roma e il mondo».  

Inoltre, come molti biografi e storici hanno osservato questi viaggi avevano un ruolo chiaro nell’opera di attuazione del Concilio che Paolo VI aveva portato a conclusione. Dunque: incontri fecondi e attuazione del Vaticano II. È quanto sta continuando con l’attuale Pontefice che, sulle orme di Paolo VI e dei suoi predecessori (come dimenticare i 104 viaggi fuori dall’Italia del «globetrotter» Giovanni Paolo II nei suoi ventisette anni di pontificato? O nei suoi sette anni i 24 viaggi all’estero di Benedetto XVI?), proprio nella prospettiva conciliare e di una ecclesiologia di comunione, affida ai suoi viaggi non solo l’ansia apostolica confermando nella fede tante chiese particolari, ma pure la consapevolezza di essere al servizio di una Chiesa universale e particolarmente delle periferie del mondo.  

La stessa consapevolezza espressa per la prima volta attraverso questi strumenti da Papa Montini. Accompagnata dalla stessa meticolosa attenzione; alle priorità delle mete, al programma che non dimentica mai spazi riservati ai giovani e alle famiglie, ai poveri o ai malati, ai tempi degli spostamenti alquanto ridotti, ai gesti dal forte valore simbolico, al colloquio con i giornalisti nei voli. Un’attenzione sperimentata dal Pontefice bresciano nei pellegrinaggi, nei viaggi apostolici, nelle visite lontano da Roma; dal ’64 in Terrasanta, il suo «ripartire da Cristo», fino al pellegrinaggio in Asia orientale, Oceania e Australia nel ’70. Passando per Bombay nel ’64; New York nel ’65; Istanbul nel ’67, anno in cui fu anche a Fatima; Bogotà nel ’68; Ginevra nel ’69, anno anche del pellegrinaggio in Uganda, ecc. Viaggi che segnavano con Papa Montini nuove stagioni innanzitutto per l’ecumenismo. Che rappresentavano anche per lui una declinazione del «dialogo della salvezza» teorizzato nell’enciclica «Ecclesiam Suam» (laddove Paolo VI scriveva: «Forse la nostra vita non ha altra più chiara nota che la disciplina dell’amore al nostro tempo, al nostro mondo: ma nella lealtà e nella convinzione che Cristo è necessario e vero»). 

Una declinazione – ce lo ricordava tempo fa Giselda Adornato in un colloquio per un’ intervista televisiva – colta chiaramente dal cardinale Ratzinger nella messa di suffragio dopo la morte di Paolo VI. E nella quale, il futuro Benedetto XVI, in riferimento ai viaggi compiuti in tutti i continenti da Papa Montini, affermava che in lui «la fede convinta non chiude, ma apre. Alla fine, la nostra memoria conserva l’immagine di un uomo che tende le mani».  

Ecco, in questo tendere le mani (e benedire), in questa volontà di toccare i continenti mostrando l’universalità della Chiesa dopo il Concilio, ci pare vi sia qualcosa che papa Francesco ha fatto suo, tenendo ben presente anche l’eredità della «Populorum progressio», documento del quale quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario e dove già si può leggere «Prima della nostra chiamata al supremo pontificato, due viaggi, nell’America latina (1960) e in Africa (1962), ci avevano messo a contatto immediato con i laceranti problemi che attanagliano continenti pieni di vita e di speranza». Di certo è alla sorgente di questa Weltanschauung necessaria al dialogo che anche Jorge Bergoglio ha attinto. Perché storici, emblematici, paradigmatici, restano i viaggi di Paolo VI in America Latina a proposito del tema della povertà, della giustizia, del contributo offerto dalla Chiesa nei cambiamenti della società; o i viaggi in Africa a proposito dell’assunzione, da parte della Chiesa, della cultura dei popoli; o quelli in Asia circa il confronto tra la missione cristiana e le grandi religioni… Non è tutto. È proprio Paolo VI, durante l’udienza generale dell’8 maggio ’68, in procinto di partire per la Colombia a tornare a interrogarsi: «Il Papa viaggia. Che vuol dire?». E si rispondeva «Vuol dire, innanzi tutto, una sua riacquistata libertà di movimenti, che può essere iscritta in attivo delle sue presenti condizioni storiche e politiche; vuol dire ancora che la mobilità propria del costume moderno si insinua anche nelle abitudini piuttosto statiche della vita pontificia, non del tutto estranea perciò ai ritmi delle presenti fluttuazioni umane».  

Soprattutto «vuol dire, ed è ciò che più importa – continuava – che le vie del mondo sono aperte, anche logisticamente, al ministero del Papa: questo è molto significativo e importante, e forse, con l’andar del tempo, potrà produrre notevoli cambiamenti nell’esercizio pratico del suo ufficio apostolico: già ne avvertiamo i sintomi nel moltiplicarsi degli inviti, che Ci provengono da ogni parte del mondo, non certo a profitto della regolarità e dell’intensità del Nostro lavoro in sede romana. L’avvenire risponderà. Ma fin d’ora la semplice ipotesi d’una maggiore facilità di spostamenti locali della persona e dell’attività del Papa lascia intravedere una più intensa eventuale circolazione di carità nella Chiesa, resa possibile da un fenomeno di maggiore evidenza della sua unità e della sua cattolicità».  

Unità e cattolicità che la Chiesa, dopo il Vaticano II, per dirlo con le parole del teologo don Angelo Maffeis, presidente dell’Istituto Paolo VI di Brescia, nell’introduzione alla biografia «ufficiale» (Studium) ha imparato a declinare «in modi sconosciuti alle epoche precedenti della sua storia». Resta un dato su cui riflettere: soprattutto negli viaggi del ’69 in Africa e in Asia e Oceania nel ’70, salvo il caso Filippine, alcune mete raggiunte da Paolo VI costituivano, quanto a numero di cattolici – e talvolta degli stessi cristiani – vere minoranze: ambienti insomma in cui difficilmente potevano essere recepiti rimandi a radicate elaborazioni del pensiero cristiano. In quei contesti tutto quanto poteva echeggiare parole come occidente o civiltà cristiana, finendo anche per richiamare echi coloniali «imponeva non solo grande delicatezza, ma anche un avvio di ripensamento di quella categoria, per un congedo da essa», scrive Fulvio De Giorgi nel suo «Paolo VI. Il papa del moderno» (Morcelliana). Che aggiunge: «In realtà in forma così netta e recisa questo non ci fu: anzi, sulla base della visione della giustizia sociale egli propose una visione civile, universale e moderna, proprio come terreno laico per dialogare anche con i politici e gli statisti di quei Paesi. Tuttavia, soprattutto in Africa (ma i criteri metodologici vennero pure ripresi e ribaditi anche nel viaggio in Asia e Oceania dell’anno dopo), egli pose alcuni punti nuovi di elaborazione dalle conseguenze generali vastissime e dagli esiti, inevitabilmente, oltre ogni ipotesi di cristianità. Si avviava, così, effettivamente, una chiesa multiculturale e interculturale». Non è la stessa strada che oggi percorre papa Francesco? 

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