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Appiccate le fiamme a una chiesa nel Nuorese

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Dalla porta della chiesa di San Demetrio esce ancora il fumo. E sul sagrato s’infiamma anche l’indignazione dei fedeli: qualcuno piange, qualcuno prega in silenzio e qualcun altro grida ad alta voce tutta la sua rabbia. L’attentatore non ha lasciato né tracce né rivendicazione, i carabinieri lo cercano e partono da alcuni sospetti. Di certo c’è che questo attentato non ha niente a che fare con la propaganda jihadista che terrorizza l’Europa e che il danno maggiore lo hanno subito le opere d’arte che erano custodite all’interno.  

Nella periferia di Sindia, un piccolo paese della provincia di Nuoro, c’è una chiesa in cui si celebra la messa solo poche volte l’anno. Giusto per la festa e in altre rare occasioni. Ma gli abitanti del Marghine sono molto affezionati a questa piccola basilica costruita nel 1600. Per gli storici e i critici d’arte è un piccolo gioiello, anche perché all’interno si ritrovano le tracce di diversi stili architettonici: elementi romanici, borgognoni, tardo gotici, e persino rinascimentali. La statua di San Demetrio era considerato il tesoro più prezioso: la statua più bella custodita nelle chiese della Sardegna, secondo gli esperti.  

Il fuoco appiccato questa mattina, forse alle prime luci dell’alba, ha rovinato tutto: devastato la grande pala d’altare lignea e cancellato il grande retablo con le raffigurazioni di alcuni santi. La zona dell’altare è stata completamente avvolta dalle fiamme e proprio gli arredi sacri sono stati utilizzati dall’attentatore per alimentare il grande rogo. «Questa comunità, da generazioni, è cresciuta nel culto di San Demetrio e per questo tutti siamo particolarmente legati alla chiesa – commenta don Salvatore Micai – È un dolore atroce vederla ridotta così. Su chi possa essere l’autore non sappiamo molto, ci sono delle voci, ma prima di accusare qualcuno c’è bisogno di prove precise». 

Al parroco, giusto qualche settimana fa, qualcuno aveva portato via l’auto, per poi farla ritrovare completamente incenerita. E ora, infatti, i carabinieri della compagnia di Macomer (guidati dal capitano Giuseppe Pischedda) cercano di capire se tra gli episodi possa esistere davvero un collegamento.  

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