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Stop ai fanatismi e agli imam estremisti: così nasce il patto tra Italia e Islam

Arian Zwegers
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Intesa tra Ministero dell’Interno e associazioni islamiche

È stato firmato ieri al Viminale un “Patto nazionale per un islam italiano” tra i rappresentanti delle associazioni e delle comunità islamiche e il Ministero dell’interno. 20 punti per un accordo che mira a scongiurare il pericolo di un islam fai-da-te e favorire coesione e integrazione sociale. A sottoscriverlo esponenti di associazioni che rappresentano circa il 70% dei musulmani in Italia (agensir.it, 2 febbraio).

FORMAZIONE E SERMONE IN ITALIANO

10 sono i punti che chiamano in causa le comunità islamiche presenti nel nostro Paese. Nel documento i responsabili dei centri islamici e sale di preghiera si impegnano a contrastare “i fenomeni di radicalismo religioso” e a rendere “pubblici nomi e recapiti di imam e guide religiose”. Il Patto prevede anche corsi di formazione per gli imam e l’assicurazione di svolgere il sermone del venerdì in italiano, “ferme restando le forme rituali originarie nella celebrazione del rito”.

Alle comunità islamiche viene anche chiesta la “massima trasparenza nella gestione e documentazione dei finanziamenti, ricevuti, dall’Italia o dall’estero, da destinare alla costruzione e alla gestione di moschee e luoghi di preghiera”.

INTEGRAZIONE E KIT INFORMATIVO

Nei 10 punti, invece, a carico del Ministero dell’interno, c’è l’impegno a “sostenere e promuovere, in collaborazione con le associazioni Islamiche”, “valorizzando il contributo del patrimonio spirituale, culturale e sociale che le comunità musulmane offrono al Paese, favorendo percorsi di integrazione degli immigrati musulmani e contrastando il radicalismo e il fanatismo religioso”.

C’è anche il progetto di distribuire “kit informativi di base in varie lingue concernenti regole e principi dell’ordinamento dello Stato unitamente alla normativa in materia di libertà religiosa e di culto”.

PERICOLO IMAM “FAI DA TE”

Il ministro dell’Interno, Marco Minniti avverte: «Gli imam “fai da te” sono “un grande pericolo” e per questo si dovrà arrivare a un albo di imam riconosciuti. Inoltre, nel patto ci si impegna a contrastare il radicalismo religioso, a garantire che i luoghi di preghiera siano accessibili a visitatori non musulmani e che il sermone del venerdì sia “svolto o tradotto in italiano”, insieme con la massima trasparenza sui finanziamenti ricevuti per la costruzione e le gestione di moschee e luoghi di culto» (formiche.net, 2 febbraio).

LE VOCI DELL’ISLAM

Izzedin Elzir, presidente dell’Ucoii, ha detto di aver firmato «con sommo orgoglio» il Patto che dovrà essere ratificato dall’assemblea dell’Unione. Elzir, imam di Firenze, ha sottolineato che l’accordo si basa sui patti di cittadinanza che «la nostra comunità ha già sperimentato con successo a Firenze e Torino».

L’imam Yahya Pallavicini, presidente del Coreis, si augura che il Patto «possa portare al riconoscimento delle voci autentiche della religiosità islamica».

I “PALETTI” DELLA GRANDE MOSCHEA

C’è poi chi sostiene che il punto cruciale sarà l’intesa. Per Abdellah Redouane, segretario generale del Centro islamico culturale d’Italia o Grande Moschea di Roma, il Patto «non potrà essere né alternativo né sostitutivo rispetto alla regolamentazione del rapporto tra Stato e Islam così come contemplata dalla Costituzione della Repubblica italiana, ovvero dall’istituto dell’intesa».

In questo senso Redouane ha annunciato che la Grande Moschea di Roma «presenterà ufficialmente una proposta d’intesa, che si vuole innovativa e inclusiva, per rafforzare e arricchire la dinamica avviata oggi» (Ansa, 2 febbraio).

“EREDE” DELLA CONSULTA

L’accordo è stato il frutto del lavoro del Consiglio per i Rapporti con l’Islam italiano, un organo consultivo istituito nel gennaio 2016 dall’allora ministro Angelino Alfano a cui sono stati invitati esperti di Islam e rappresentanti delle principali associazioni islamiche. Il tavolo ha continuato a lavorare anche negli scorsi mesi e secondo gli accordi continuerà a farlo anche in futuro (Il Post, 2 febbraio).

Il Consiglio ha ereditato più o meno le stesse funzioni della vecchia Consulta per l’Islam italiano, istituita nel 2005 dal governo Berlusconi, che però era rimasta inattiva per anni. Tavoli del genere hanno l’obiettivo di concentrare gli sforzi delle autorità italiane sulle strategie di prevenzione della radicalizzazione e quelle per la de-radicalizzazione, che secondo diversi esperti di Islam in Italia praticamente non esistono.

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