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Riina jr padrino di battesimo. Il vescovo contro il parroco: sbagli

Vatican Insider - pubblicato il 02/02/17

Può un mafioso fare il padrino di battesimo, anche se si chiama Giuseppe Salvatore Riina ed è figlio del più noto Totò? Condannato a otto anni e otto mesi per associazione mafiosa – pena interamente scontata – Riina jr ha ottenuto tutti i permessi necessari, una sorta di dispensa per battezzare la nipotina, figlia della sorella Lucia: ma in quanto appartenente a Cosa nostra è da considerarsi scomunicato e quel battesimo – con questo padrino – non si sarebbe dovuto fare. Potrebbe persino essere nullo. Ecco perché Michele Pennisi, vescovo di Monreale, si dissocia pubblicamente da ciò che ha consentito il parroco della Matrice di Corleone, don Vincenzo Pizzitola, celebrante della cerimonia, risalente al 29 dicembre scorso, ma di cui si è appreso soltanto ieri. «È stata una scelta censurabile e inopportuna, adotterò i provvedimenti necessari», dice Pennisi addirittura dalla Tanzania, dove si trova in una missione della diocesi siciliana. 

Memore delle sempiterne polemiche legate all’atteggiamento della chiesa verso i boss, e già colpito dalla storia del presunto inchino, nel maggio scorso, della statua di San Giovanni Evangelista davanti all’abitazione di Ninetta Bagarella, moglie di Totò Riina e madre di Salvuccio, Pennisi è furioso. Non ci sta, l’arcivescovo, ad assecondare indirettamente le tesi di chi sostiene che la chiesa sia quanto meno timida, se non pronta a strizzare l’occhio alle famiglie di mafia. A quella dei Riina in particolare. Don Pizzitola, che è uno dei sacerdoti storici di Corleone (dove vive dal 1979), sostiene che il quasi quarantenne figlio del capo dei capi aveva tutte le carte a posto: «Gli è stata richiesta – dice il prete – come da codice di diritto canonico, la dovuta documentazione per fare il padrino. Ed è risultato tutto regolare». “Salvo” aveva cioè innanzitutto il permesso del giudice, che nel periodo delle festività natalizie gli aveva consentito di spostarsi da Padova a Corleone, ma anche quello di un parroco della città veneta, in cui il condannato per mafia vive in regime di libertà vigilata: da lui sarebbe stato rilasciato infatti un “certificato di idoneità”, fondato non si sa bene su cosa. 

La cerimonia è stata celebrata alla presenza dei parenti più stretti, senza “scrusciu”, rumore. Cosa che ai Riina non riesce per niente facile: lo stesso Salvuccio è autore di un libro, una sorta di autobiografia in cui si parla molto della storia della sua famiglia di sangue, che però tanto sangue ha sparso e non solo nell’Isola. Polemiche su polemiche dopo l’intervista sul libro, rilasciata a Bruno Vespa, accuse e inchieste giudiziarie ed ecclesiastiche, invece, per il presunto inchino della “vara” di San Giovanni. 

«Se il mafioso agisce con fini antievangelici, come si fa a fargli fare il padrino?», commenta don Francesco Michele Stabile, teologo, storico della Chiesa, pronto a ricordare il martirio di don Pino Puglisi, assassinato dai boss subito dopo l’anatema di Papa Wojtyla nella Valle dei Templi. «L’associazione mafiosa – dice Stabile – è già un delitto, perché ha un fine antievangelico. Ci viene chiesto di essere severi con chi è sposato civilmente e poi non lo siamo per i mafiosi?». 

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