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“Religiosi in mezzo al popolo, non attivisti della fede”

Vatican Insider - pubblicato il 02/02/17

Professionisti del sacro, attivisti della fede, reazionari, sterili e paurosi, chiusi nelle proprie case e nei propri schemi. Religiosi e consacrati sono avvertiti: ci si riduce così ad assecondare la «tentazione della sopravvivenza», dimenticando la grazia, il carisma, la missione. Nella sua omelia a San Pietro per la festa liturgica della Presentazione di Gesù al Tempio e la XXI Giornata Mondiale della Vita Consacrata, Papa Francesco mette in guardia i membri di Ordini, Congregazioni e Istituti religiosi da quello che per la loro vita spirituale rappresenta un «pericolo», una «minaccia», una «tragedia». 

Esiste «una tentazione che può rendere sterile la nostra vita consacrata: la tentazione della sopravvivenza. Un male che può installarsi a poco a poco dentro di noi, in seno alle nostre comunità», afferma il Pontefice. «L’atteggiamento di sopravvivenza ci fa diventare reazionari, paurosi, ci fa rinchiudere lentamente e silenziosamente nelle nostre case e nei nostri schemi. Ci proietta all’indietro, verso le gesta gloriose – ma passate – che, invece di suscitare la creatività profetica nata dai sogni dei nostri fondatori, cerca scorciatoie per sfuggire alle sfide che oggi bussano alle nostre porte». 

Quello della sopravvivenza è una «psicologia» che «toglie forza ai nostri carismi perché ci porta ad addomesticarli, a renderli “a portata di mano” ma privandoli di quella forza creativa che essi inaugurarono; fa sì che vogliamo proteggere spazi, edifici o strutture più che rendere possibili nuovi processi», avverte Bergoglio. Così si dimentica la grazia e si diventa «professionisti del sacro» piuttosto che «padri, madri o fratelli della speranza».  

«Questo clima di sopravvivenza inaridisce il cuore dei nostri anziani privandoli della capacità di sognare e, in tal modo, sterilizza la profezia che i più giovani sono chiamati ad annunciare e realizzare», sottolinea il Pontefice. Insomma, «la tentazione della sopravvivenza trasforma in pericolo, in minaccia, in tragedia ciò che il Signore ci presenta come un’opportunità per la missione». Missione che è fondamentale in questo tempo di «trasformazione multiculturale» che stiamo attraversando. È importante, dice il Papa, «che il consacrato e la consacrata siano inseriti con Gesù nella vita, nel cuore di queste grandi trasformazioni. La missione – in conformità ad ogni carisma particolare – è quella che ci ricorda che siamo stati invitati ad essere lievito di questa massa concreta». Certamente potranno esserci «farine migliori», ma «il Signore ci ha invitato a lievitare qui e ora, con le sfide che ci si presentano».  

Non si tratta di assumere un «atteggiamento difensivo», chiarisce Francesco, tantomeno di farsi muovere «dalle proprie paure», quanto piuttosto di mettere «le mani all’aratro» e cercare «di far crescere il grano tante volte seminato in mezzo alla zizzania». Dobbiamo, insomma, «metterci con Gesù in mezzo al suo popolo, perché sentiamo la sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che con il Signore può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio». 

«Mettere Gesù in mezzo al suo popolo significa avere un cuore contemplativo, capace di riconoscere come Dio cammina per le strade delle nostre città, dei nostri paesi, dei nostri quartieri – spiega il Pontefice – mettere Gesù in mezzo al suo popolo significa farsi carico e voler aiutare a portare la croce dei nostri fratelli. È voler toccare le piaghe di Gesù nelle piaghe del mondo, che è ferito e brama e supplica di risuscitare». «Metterci con Gesù in mezzo al suo popolo!», ribadisce il Papa, «non come attivisti della fede, ma come uomini e donne che sono continuamente perdonati». Questo porta a «uscire da se stessi per unirsi agli altri» e «non solo fa bene, ma trasforma la nostra vita e la nostra speranza in un canto di lode».  

Lo stesso canto che sono invitati a intonare «i malati, i carcerati, quelli che sono soli, i poveri, gli anziani, i peccatori». «Gesù è con loro, è con noi», aggiunge il Papa. E conclude la sua omelia con un’esortazione: «Accompagniamo Gesù ad incontrarsi con il suo popolo, ad essere in mezzo al suo popolo, non nel lamento o nell’ansietà di chi si è dimenticato di profetizzare perché non si fa carico dei sogni dei suoi padri, ma nella lode e nella serenità; non nell’agitazione ma nella pazienza di chi confida nello Spirito, Signore dei sogni e della profezia».  

Solo questo potrà restituire «la gioia e la speranza» in un Dio che «non inganna» e «non delude»; solo questo «ci salverà dal vivere in un atteggiamento di sopravvivenza»; solo questo «renderà feconda la nostra vita e manterrà vivo il nostro cuore». 

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