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“I problemi non li creano gli altri, gli altri ci rendono coscienti dei problemi che abbiamo”

Vatican Insider - pubblicato il 01/02/17

«Il vuoto che trova un immigrato quando arriva, non lo crea lui». L’altro «ci fa rendere conto che la società non ha nulla di attrattivo da offrire come alternativa alla violenza terrorista». I problemi, poi, «non li creano gli altri», che al contrario sono preziosi perché «ci rendono coscienti dei problemi che abbiamo». Lo afferma Julián Carrón, presidente della fraternità di Comunione e Liberazione (Cl), in un‘intervista al magazine spagnolo Jotdown, riportata da Tracce.  

Il successore di don Luigi Giussani, parlando di crisi delle società, esordisce denunciando il crollo in atto di «certi pilastri che credevamo inamovibili. Pensiamo agli immigranti, alla reazione di molte persone rispetto al fenomeno dei rifugiati. Chi avrebbe immaginato, solo qualche decennio fa, che avremmo potuto innalzare muri in Europa dopo aver desiderato per tanti anni di abbattere il muro di Berlino». Carrón invita a pensare «al vuoto che domina nella società, che alla fine si può trasformare, come vediamo, in terrorismo e violenza. O vediamo come reagiscono gli Stati Uniti o l’Europa davanti alle grandi sfide del nostro tempo. Questa situazione, come diceva Bauman, genera insicurezza e paura». 

Poi si sofferma sui valori: «Cosa sono i valori? Sono le qualità che ci rendono persone migliori. La libertà, la generosità o la solidarietà sono cose assai ambite e fondamentali nella nostra civiltà». I valori «permettono di abbracciare la diversità dell’altro, ci rendono più facili le relazioni con quanti sono diversi da noi, ci consentono di uscire dai nostri schemi predefiniti, insomma, rendono la vita più umana, meno dura».  

Per il leader di Comunione e Liberazione, «la sfida che abbiamo di fronte tutti è trovare delle nuove basi per la convivenza». 

Il Presidente ciellino reputa «molto interessante l’osservazione di Bauman rispetto alle sfide dell’immigrazione. Possiamo costruire tutti i muri che vogliamo, e cercare di rimandare a casa tutti, ma quando avremo mandato a casa tutti quelli che non ci piacciono cominceremo a renderci conto che non avremo ancora iniziato a porre le basi per affrontare i problemi che abbiamo. Perché i problemi non li creano gli altri, gli altri ci rendono coscienti dei problemi che abbiamo. Il vuoto che trova un immigrato quando arriva, non lo crea lui». Inoltre «l’altro ci fa rendere conto che la società non ha nulla di attrattivo da offrire come alternativa alla violenza terrorista».  

Il «circolo vizioso» per cui l’altro diventa un pericolo «si interrompe solo se uno degli interlocutori non risponde alla minaccia con la stessa moneta. Credo che l’altro sia un bene perché indipendentemente dal fatto che io sia o non sia d’accordo con le sue idee, o da come l’altro mi percepisca, è sempre per me un fattore di maturazione». Racconta: «Molte volte sono tornato a casa ferito perché certe cose che aveva detto una persona mi erano dispiaciute, e il giorno dopo mi svegliavo con quella ferita, e non riuscivo a leggere il giornale, ad ascoltare un amico, o a leggere qualcosa di interessante senza il dolore provocato da quella ferita. Ciò non vuol dire che l’altro avesse ragione. A volte poteva non averla, ma non era questa la questione. La sua provocazione mi ha aiutato a restare sveglio, attento, a tenere aperte le domande con cui intercettare le risposte che altrimenti sarebbero rimaste totalmente non percepite». E ogni «occasione come questa è stata un bene per me, non perché sia tutto rose e fiori, mellifluo, ma perché il rapporto con l’altro è sempre un rapporto drammatico, anche con le persone che ami. Perché? Perché mi sfidano, perché non sono un prolungamento di me stesso: sono un’alterità, e l’alterità ti provoca sempre. Una crisi, dice Hannah Arendt, ci fa sempre tornare alle domande, e quindi può essere un’occasione di crescita». 

Carrón ragiona anche su giovani e fede: bisogna che «il cristianesimo sia presentato nella sua vera natura originale, perché questa è domanda fondamentale: che cos’è il cristianesimo? Molte volte ciò che è stato inteso come cristianesimo non è altro che una serie di regole morali o di aspetti sentimentali o formalismi religiosi che non hanno la capacità di affascinare o attrarre la vita di nessuno». Invece «conosco persone che non hanno avuto nessun tipo di rapporto con la fede in famiglia o nella tradizione in cui sono vissuti, che quando si sono trovate davanti a un cristianesimo vivo, attraverso persone, o famiglie, o realtà sociali nelle quali vedono in che modo la vita può essere cambiata, non hanno avuto nessun problema ad aprirsi alla fede, assecondando il desiderio che nasce in loro di non perdersi la bellezza di ciò che stanno vivendo». 

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