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“Fare della parrocchia un ambiente di vita per i giovani”

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Si è osservato talora nella Chiesa che è bene che materia della consacrazione eucaristica restino il pane e il vino. È vero, si dice, che questi prodotti possono non risultare tipici in tutte le zone del mondo diverse dalla terra del Gesù dei vangeli. Ma Gesù, si continua, è un uomo concreto che viene da un popolo concreto.  

Ci si può comunque forse (nella comunione, nell’obbedienza, alla Chiesa) porre in dialogo, in ricerca comune, con tali affermazioni perché Gesù si incarna in ogni specifica situazione tendenzialmente conducendola verso una sempre più profonda maturità spirituale e umana in lui, Dio e uomo. Una maturità dunque che tendenzialmente converge verso l’accogliere gli aspetti essenziali del suo discernere divino e umano ma anche porta verso la pienezza certe caratteristiche specifiche di una persona e, sotto certi aspetti, per esempio, di un popolo, in un certo tempo, in un certo territorio… Anche, dunque, per esempio, nel dialogo, nell’interscambio, con altri popoli, con altre persone. 

In questa direzione molti possibili spunti di riflessione può stimolare il meditare sulla Madonna di Guadalupe. Se, come pare, si può ritenere un’immagine realmente non realizzata da mano umana. Osserviamo infatti che in essa Maria ci appare in un abbigliamento che può richiamare usanze locali. E forse anche le sue fattezze possono apparire meticce, quasi ad indicare l’incontro tra popoli che stava gradualmente verificandosi. Maria, dunque, si direbbe, ha voluto trasmettere fino a quel punto la sua intima vicinanza a quella gente. Si potrebbe forse arguire che ciò non toglie nulla alla sua umanità storica. D’altro canto se, mi pare, resta certo che anche in cielo la nostra reale umanità resterà salvaguardata, ci si può però domandare cosa ciò possa significare. 

Possiamo allora chiederci se e quanto possa incidere, presso certe popolazioni, il fatto per esempio che l’eucaristia venga celebrata con alimenti a loro magari in varia misura estranei. E che di pane si parli nel Padre Nostro. Al tempo stesso è bene usare talora una profonda cautela perché il discernimento di Gesù è divino e umano, del cuore, mentre per esempio, come rilevo in questi interventi, il razionalismo di ogni tendenza, conservatrice, progressista, può talora più facilmente orientare su strade distorte, ingannevoli. Moraliste, superficiali, riduttive, omologanti, banalizzanti… Per esempio tendo a pensare che non a caso Gesù, sembrerebbe, non ha chiamato donne al sacerdozio. Si può dunque tra l’altro osservare che talora conservatori e progressisti si potrebbero incaponire perché si aspettano di combattere, di fatto, fantasmi degli opposti razionalismi. 

Che si possa trattare di riflessioni non puramente teoriche lo possiamo forse rilevare per esempio dalla libertà, dall’umanità, che Gesù manifesta anche nel vivere certi riti. La lavanda dei piedi non avrebbe potuto scandalizzare molti giudei, anche ben più di san Pietro? Così come scandalizzò, per esempio, per vari motivi la guarigione dell’uomo dalla mano inaridita nella sinagoga in giorno di sabato. Ancora, Gesù sembra approfondire il dono della pasqua ebraica ma non rende materia della consacrazione eucaristica un agnello bensì il pane e il vino. Mentre porta a pienezza il battesimo del precursore Giovanni conservando la materia dell’acqua. Gesù compie guarigioni in molti modi, persino mettendo le proprie dita nelle orecchie di un sordo, sputando e ponendo la propria saliva sulla lingua di questi (cfr Mc 7, 32-37)… 

In mille modi nei vangeli vediamo Gesù accompagnare profondamente, a misura, le persone, la comunità… Si possono dunque forse sviluppare, con equilibrio, sempre rinnovate possibilità per la liturgia, per la catechesi. Che aiutino a comunicare, a coinvolgere, a misura, le persone tutte intere e non una loro anima disincarnata o una loro astratta ragione. La liturgia, la catechesi, possono divenire sempre più profondamente vie per scoprire e manifestare il farsi vicino di Gesù, con attenzione, comprensione, a ogni persona e a tutta la sua umanità, ai suoi bisogni spirituali e umani, non spiritualistici.  

Per esempio in una parrocchia si può ritenere di tentare la carta di cercare di evitare che tanti bambini lascino di fatto la Chiesa dopo, ormai, la prima comunione. In una tappa così decisiva della loro vita, come l’entrare nell’adolescenza, il passaggio alla scuola media, il messaggio che può quasi subliminalmente arrivare a questi bambini, alle loro famiglie, rischia di diventare quello che la crescita può fare variamente a meno di Cristo. Ma la risposta a questo pericolo è bene cerchi di non essere astratta. Anche qui potendo quasi subliminalmente trasmettere che la maturazione non venga poi aiutata così tanto. È necessario ascoltare le persone, i loro bisogni reali, le loro vedute… Il passaggio alle medie è un’emozione forte per molti, si sente la necessità di ambientarsi. Di non sovraccaricarsi di ulteriori impegni già in prima media.  

D’altro canto la nuova scuola può comportare nuovi compagni, nuove possibili amicizie, in un’epoca così difficile come l’attuale. Tante coppie di genitori, poi, debbono lavorare tutto il giorno… Sono insomma tante le cose di cui tenere conto nello sviluppare una pastorale. Una soluzione potrebbe talora rivelarsi quella di proporre dopo la prima comunione un anno iniziale di preparazione alla cresima sviluppato più sul piano del vissuto. Favorendo la continuazione, l’approfondimento, delle amicizie sperimentate alle “comunioni”. Con il gioco, adeguato ai gusti dei discepoli, con una catechesi che si può sviluppare per esempio inventando con i ragazzi che lo desiderano storie che sentano vicine, che potranno poi recitare, in un loro allestimento teatrale, a fine anno alla presenza di parenti e amici. Anche qui tantissimi i possibili particolari. Per esempio certi adolescenti interessati ma timidi parteciperanno più facilmente potendo creare le scenografie. Poi col tempo questo approccio graduale, sereno, li potrà facilmente avvicinare anche al resto. Sono solo brevi esempi di una pastorale che cerca di comprendere le situazioni reali. Questi adolescenti possono venire volentieri perché avvertono un sostegno di amicizia serena in un momento delicato, una boccata d’aria con il gioco, la possibilità di invitare anche qualche nuovo amico conosciuto a scuola.  

Il gioco, il teatro, se vissuti in un ambiente fondamentalmente sereno, possono facilmente sciogliere timidezze, introversioni, insicurezze… Possono aprire più semplicemente al colloquio con i catechisti, col pastore, se sono persone amorevoli, discrete. Insomma si possono cercare stimoli alla crescita adeguati, a misura, che aiutano a sentire con semplicità un Dio vicino, che ti accompagna lungo il cammino, aiutano nell’amicizia con altri adolescenti, etc.. Tutte cose che rendono poi più facile, più familiare, anche più vissutamente concreto, sviluppare poi la formazione, il dialogo, negli anni successivi. Sperando di poter sempre più fare della parrocchia un ambiente di vita, di incontro naturale, per i giovani. I quali poi possono più facilmente avvertire la gioia di donarsi a loro volta. Per esempio gradualmente, magari in qualche ben ponderato anno successivo, senza gravosità di impegno, aiutando, con le necessarie accortezze, i catechisti a far giocare i bambini delle elementari. Potendo cominciare da quelli dei primi anni, magari variamente dimenticati da una certa possibile pastorale.  

Anche questo del servizio, valutato con prudenza, discrezione, può rivelarsi un terreno fecondissimo per la crescita. Infatti un certo intellettualismo di qualche pastore, tra i tanti aspetti sopra citati di cui può tenere scarso conto, può rimandare talora persino a dopo i venti anni il graduale avviamento dei giovani ad un loro donarsi. Cosa dunque che può venire proposta quando ormai magari sono formati in altro modo. Il donarsi invece può venire stimolato, favorito, a misura, spesso con grande frutto, anche in età precedenti. 

Leggi il blog di don Centofanti  

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