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Migranti, Papa Bergoglio come Wojtyla: «accoglienza dev’essere prudente»

FILIPPO MONTEFORTE / POOL / AFP
Pope Francis greets migrants and refugees at the Moria refugee camp on April 16, 2016 near the port of Mytilene, on the Greek island of Lesbos. Pope Francis received an emotional welcome today on the Greek island of Lesbos during a visit aimed at showing solidarity with migrants fleeing war and poverty. Pope Francis, Orthodox Patriarch Bartholomew and Archbishop Jerome visit Lesbos today to turn the spotlight on Europe's controversial deal with Turkey to end an unprecedented refugee crisis. AFP PHOTO POOL / FILIPPO MONTEFORTE / AFP PHOTO / POOL / FILIPPO MONTEFORTE
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Dove "prudenza" è una delle virtù cardinali, non certo timore di prendere posizione...

E’ notizia di ieri che il presidente Trump ha “congelato” per 120 giorni l’accoglienza dei profughi, avvertendo che in seguito sarà data priorità alle minoranze cristiane. Oggi il presidente canadese ha risposto dichiarando: «A chi fugge dalle persecuzioni, dal terrore e dalla guerra, sappiate che i canadesi vi daranno il benvenuto, non importa quale sia la vostra fede».

Scelte politiche complesse in un momento drammatico, che generano a loro volta proteste e risposte forse opportunistiche (c’è chi ha fatto notare che a non essere benvenuti in Canada sono i disabili, ad esempio). Il punto fermo per noi sono le parole di san Giovanni Paolo II: «I Paesi ricchi non possono disinteressarsi del problema migratorio e ancor meno chiudere le frontiere o inasprire le leggi, tanto più se lo scarto tra i Paesi ricchi e quelli poveri, dal quale le migrazioni sono originate, diventa sempre più grande».

La posizione della Chiesa, da sempre, è la stessa e le parole di apertura di Papa Francesco non sono certo una novità. Innanzitutto, egli non ha mai invitato ad un’immigrazione selvaggia, senza regole e indiscriminata (come invece continua a scrivere Francesco Borgonovo, disinformatore seriale di Libero), ma  ritiene che «non siamo in grado di aprire le porte in modo irrazionale». Francesco ribadisce in ogni occasione la “prudenza”, come ha fatto nel dicembre 2016: «Un approccio prudente da parte delle autorità pubbliche non comporta l’attuazione di politiche di chiusura verso i migranti,  ma implica valutare con saggezza e lungimiranza fino a che punto il proprio Paese è in grado, senza ledere il bene comune dei cittadini, di offrire una vita decorosa ai migranti, specialmente a coloro che hanno effettivo bisogno di protezione». Citando Giovanni XIII, ha ricordato il diritto di immigrazione di ogni essere umano, aggiungendo che «nello stesso tempo» occorre garantire che i popoli che li accolgono non «sentano minacciata la propria sicurezza, la propria identità culturale e i propri equilibri politico-sociali. D’altra parte, gli stessi migranti non devono dimenticare che hanno il dovere di rispettare le leggi, la cultura e le tradizioni dei Paesi in cui sono accolti».

Accoglienza ai migranti che devono però rispettare e adeguarsi alle leggi, all’identità e alla cultura di chi cristianamente li accoglie, per le possibilità che ha di farlo. Nel novembre scorso Bergoglio ha ribadito: «non si può chiudere il cuore a un rifugiato ma ci vuole anche la prudenza dei governanti: devono essere aperti a riceverli, ma anche fare il calcolo di come poterli sistemare, perché un rifugiato lo si deve anche integrare. E se un Paese ha una capacità di venti di integrazione, faccia fino a questo. Un altro di più, faccia di più. Ma sempre il cuore aperto: non è umano chiudere le porte». E’ un approccio che riteniamo ragionevole, cristiano e prudente. Certamente, come ha ricordato don Gianni Antoniazzi, parroco di Carpenedo (Mestre), «accogliamo chi arriva ma non dimentichiamo chi è vicino a noi», i poveri di “casa nostra”. Se l’accoglienza è prudente e misurata alle capacità di un Paese, come sostengono Francesco e don Gianni, allora è possibile aiutare tutti: italiani e non.

Numerosi studi stanno anche smentendo i luoghi comuni sull’immigrazione, diffusi sopratutto dai giornalisti di Maurizio Belpietro, potente ideologo della destra berlusconiana. Per chi è interessato ad approfondire citiamo la ricerca dell’Università di Padova, il rapporto del Censis e le paroledell’economista italiano Leonardo Becchetti, ordinario presso l’Università Tor Vergata. Allo stesso modo sono importanti e andrebbero lette anche le riflessioni di padre Pierbattista Pizzaballa, custode di Terra Santa e amministratore apostolico di Gerusalemme.

Sono ingiustamente trascurate, inoltre, le notizie di un forte aumento di conversioni al cristianesimo dei migranti e rifugiati islamici che chiedono asilo (e altrettante richieste di battesimo vengono negate se i presunti convertiti hanno secondi fini, come ad esempio una via più facile per ottenere ospitalità). Tanto che Camille Eid, scrittore cattolico e giornalista libanese, ha spiegato che «sicuramente l’immigrazione massiccia, dovuta alla guerra in Siria e Iraq, è uno dei fattori di questo trend crescente» di conversioni. Per questo il cardinale più vicino al pontificato di Ratzinger, l’arcivescovo di Milano Angelo Scola, è impegnato apertamente nel far capire che «la Chiesa è cattolica, cioè universale» soltanto se non teme ma valorizza «la grande trasformazione che sta avvenendo nel mondo e anche nelle terre ambrosiane» riferendosi alla mescolanza di etnie cristiane diverse. Rivolgendosi agli immigrati ha dichiarato: «grazie alla vostra presenza, nasce la nuova Milano, Italia e, Dio lo voglia, la nuova Europa. Sono convinto che tra venti o trent’anni questo tipo di Eucaristia sarà normale in tutte le nostre chiese, cosicché, lentamente, vedrà la luce il nuovo cittadino milanese».

Ritorniamo infine a Papa Wojtyla, perché tutto quanto dice oggi la Chiesa altro non è che riproporre il pensiero del pontefice polacco. Egli affermava che «la Chiesa ribadisce con insistenza che, per uno Stato di diritto, la tutela delle famiglie e in particolare di quelle dei migranti e dei rifugiati aggravate da ulteriori difficoltà, costituisce un progetto prioritario inderogabile». Inoltre ricordava i «milioni di rifugiati, a cui guerre, calamità naturali, persecuzioni e discriminazioni di ogni tipo hanno sottratto la casa, il lavoro, la famiglia e la patria», invitando ad «impegnarsi attivamente per la rimozione delle cause che sono all’origine dello sradicamento di tanti milioni di persone dalle loro terre di origine; ciascuno, per quanto da lui dipende, eserciti l’accoglienza cristiana verso i rifugiati e i migranti».

Hanno disturbato molti “devoti” cattolici queste parole di Francesco: «Come non vedere il volto del Signore in quello dei milioni di profughi, rifugiati e sfollati che fuggono disperatamente dall’orrore delle guerre, delle persecuzioni e delle dittature?». Ebbene, san Giovanni Paolo II diceva le stesse cose: «Con la propria sollecitudine i cristiani testimoniano che la comunità, presso la quale i migranti arrivano, è una comunità che ama e accoglie anche lo straniero con l’atteggiamento gioioso di chi sa riconoscere in lui il volto di Cristo».

 

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