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I (quasi) 50 anni del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace

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Lo storico e importante Pontificio Consiglio per la Giustizia e per la Pace, istituito dal beato Paolo VI il 6 gennaio 1967, per solo sei giorni non ha potuto celebrare i suoi 50 anni. Il 1° gennaio scorso questo nobile Organismo della Santa Sede, non poche volte criticato e osteggiato in alcuni ambienti cattolici, ha infatti cessato di esistere perché le sue funzioni e compiti sono stati integrati nella riforma voluta da papa Francesco, che ha dato vita a un nuovo Dicastero fondamentale per la Chiesa, quello dedicato al Servizio dello Sviluppo umano integrale. Nel Motu proprio del Papa si legge: «Nel nuovo Dicastero, retto dallo Statuto che in data odierna approvo ad experimentum, confluiranno, dal 1° gennaio 2017, le competenze degli attuali seguenti Pontifici Consigli: il Pontificio Consiglio per la Giustizia e per la Pace, il Pontificio Consiglio Cor Unum, il Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti ed il Pontificio Consiglio della Pastorale per gli Operatori Sanitari. In quella data questi quattro Dicasteri cesseranno dalle loro funzioni e verranno soppressi, rimanendo abrogati gli articoli 142-153 della Costituzione apostolica Pastor Bonus». (Humanam progressionem – 17 agosto 2016) 

Prestigio e autorevolezza  

Il Pontificio Consiglio per la Giustizia e per la Pace, che prima si chiamava Pontificia Commissione Justitia et Pax, fu istituito con il Motu proprio di Paolo VI Catholicam Christi Ecclesiam. In un secondo momento, con papa san Giovanni Paolo II, il 28 giugno 1988 divenne un Pontificio Consiglio e cambiò denominazione. Sin dal primo giorno questo Dicastero è stato affidato, da parte dei pontefici, a personalità della Chiesa di grande prestigio e autorevolezza. Il primo fu il cardinale Maurice Roy (6 gennaio 1967 – 16 dicembre 1976, dimesso). Seguirono poi il cardinale Bernardin Gantin (16 dicembre 1976 – 8 aprile 1984); il cardinale Roger Etchegaray (8 aprile 1984 – 24 giugno 1998); il cardinale François-Xavier Nguyên Van Thuán (24 giugno 1998 – 16 settembre 2002); il cardinale Renato Raffaele Martino (1º ottobre 2002 – 24 ottobre 2009) e il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson (24 ottobre 2009 – 31 dicembre 2016). Oggi, come è ben noto, è il cardinale Turkson a essere il prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale. 

Per cinquanta anni questo Consiglio ha svolto un ruolo fondamentale al servizio dei papi, della diplomazia della Santa Sede, degli episcopati nazionali e per le comunità ecclesiali sparse per il mondo divenendo molto presto, e per tutta la sua esistenza, un punto di riferimento indispensabile per il dialogo della Chiesa con il mondo. Era, tra l’altro, quanto desideravano i padri conciliari che nella Gaudium et Spes auspicarono la creazione di un organismo della Chiesa universale che doveva avere come scopo «stimolare la comunità dei cattolici a promuovere lo sviluppo delle regioni bisognose e la giustizia sociale tra le nazioni» (n. 90). 

Un contributo costante e di qualità  

In mezzo secolo di vita il lavoro del Consiglio, le sue ricerche e confronti, sempre tempestivi, attenti e autorevoli, hanno offerto orientamenti e linee-guida alla Chiesa tutta per affrontare le sfide sociali, ambientali, culturali e politiche che più hanno segnato questi decenni in varie parti del globo. Negli anni il Consiglio è di fatto divenuto anche una sonda di esplorazione per indagare e prevedere questioni emergenti e di grande importanza per il magistero pontificio.  

Non è un caso che, da Paolo VI a Francesco, tutti i papi abbiano sempre avuto una speciale cura per questo Dicastero, per la nomina dei suoi responsabili e per dare ascolto alle sue elaborazioni e proposte. Basterebbe ricordare che buona parte dei Messaggi pontifici per la Giornata mondiale della Pace del primo gennaio di ogni anno sono stati affidati a quest’Organismo che, tra l’altro, da sempre ha dimostrato un’eccellente capacità per coordinare il contributo di esperti di altissimo livello in diversi campi delle conoscenze scientifiche e tecnologiche, nonché nell’ambito di una materia specifica molto rilevante per il cattolicesimo: la dottrina sociale della Chiesa, sapere nel quale spesso il Dicastero si è distinto per aver prodotto dei risultati importanti. 

Si potrebbe dire che per cinquanta anni Giustizia e Pace abbia svolto un ruolo del tutto singolare: essere, per così dire, un centro di raccolta, lettura, interpretazione ed elaborazione delle grandi questioni socio-economiche, politico-culturali e antropologiche; tutte parti della dimensione sociologica del magistero pontificio. Il lavoro del Consiglio spesso ha saputo fornire principi e linee-guida per dare orientamenti alle comunità ecclesiali del mondo di fronte a questioni come la fame, le disuguaglianze sociali, la guerra, la giustizia sociale, il debito del terzo mondo, le sfide della globalizzazione; e ancora studi, analisi e proposte sul sistema finanziario internazionale, riforma agraria, Ogm, diritto umanitario, disarmo integrale. L’elenco di temi affrontati dal Dicastero in mezzo secolo di vita potrebbe continuare confermando la sua importanza nel pensiero e nell’agire della Chiesa dal Concilio Vaticano II a oggi. 

Le critiche al Dicastero  

Va ricordato che questo Dicastero non sempre ha goduto della simpatia e del sostegno unanime ed entusiasta di tutta la Chiesa. Sin dagli inizi, soprattutto negli Stati Uniti, Giustizia e Pace, è stato visto ed etichettato come una sorta di «quinta colonna» nell’ortodossia del magistero. La destra cattolica statunitense più conservatrice ha visto in questo dicastero una deriva «terzomondista» presa dal Vaticano, ritenendolo un laboratorio d’osservazione e aiuto ai movimenti e lotte di liberazione, diverse forme di socialismo (simpatizzanti dell’Urss fino a quando essa è esistita), forme di vita ecclesiale vincolate alla Teologia della liberazione, e più in generale come un centro di pensiero anti-capitalista e contrario al libero mercato.  

Più volte questi settori, con riferimenti alle encicliche sociali da Paolo VI a Francesco, hanno criticato i pontefici perché avrebbero introdotto in questi solenni documenti del magistero petrino elaborazioni, diagnosi e giudizi di un Dicastero sostanzialmente politico e ostile all’economia di libero mercato. Fra queste critiche – oltre quelle più recenti a papa Francesco che però s’inseriscono in un filone più ampio che fa riferimento a tutto il pontificato – va ricordata, perché a volte feroce, quella rivolta alla seconda parte della Caritas deus est di Benedetto XVI (2005).  

Allora si scrisse di questa Enciclica: la prima parte brillante e fedele all’ortodossia… la seconda, discutibile e poco ortodossa soprattutto quando si fa eco del terzomondismo di Giustizia e Pace. Per esempio George Weigel, che una certa stampa ritiene che possa essere scelto come possibile ambasciatore di Trump in Vaticano, definì il Pontificio Consiglio Giustizia e Pace come un organismo che «si crede il custode curiale della fiamma dell’autentico insegnamento sociale», accusandolo di aver provato a rifilare idee e proposte sbagliate, improprie e gauchiste, a Giovanni Paolo II nel caso della stesura di due encicliche sociali. Sempre secondo Weigel, il Dicastero riuscì in questi suoi propositi «sovversivi» con papa Benedetto XVI nel caso della Deus caritas est (capitolo su giustizia e carità). 

Il nuovo Dicastero  

Non ci risultano reazioni da parte di questi ambienti conservatori in merito al nuovo Dicastero in azione, per volere del Papa, dal primo gennaio scorso. Il nuovo Servizio dello Sviluppo umano integrale che nel suo statuto viene così inquadrato: questo Dicastero «assume la sollecitudine della Santa Sede per quanto riguarda la giustizia e la pace, incluse le questioni relative alle migrazioni, la salute, le opere di carità e la cura del creato». 

Teoricamente le critiche, classiche e ribadite a più riprese in questi anni, non dovrebbero essere scomparse e per certi aspetti sono applicabili anche al nuovo Organismo, che non conserva solo una fortissima impronta sociale ma anzi la estende, integra e rafforza nelle sue più urgenti e necessarie priorità.  

I punti 2 e 3 precisano i compiti del Dicastero: «Raccoglie notizie e risultati di indagini circa la giustizia e la pace, il progresso dei popoli, la promozione e la tutela della dignità e dei diritti umani, specialmente, ad esempio, quelli attinenti il lavoro, incluso quello minorile, il fenomeno delle migrazioni e lo sfruttamento dei migranti, il commercio di vite umane, la riduzione in schiavitù, la carcerazione, la tortura e la pena di morte, il disarmo o la questione degli armamenti nonché i conflitti armati e le loro conseguenze sulla popolazione civile e sull’ambiente naturale (diritto umanitario). Valuta questi dati e rende partecipi gli organismi episcopali delle conclusioni che ne trae, perché essi, secondo opportunità, intervengano direttamente. (…) Il Dicastero si adopera perché nelle Chiese locali sia offerta un’efficace e appropriata assistenza materiale e spirituale – se necessario anche mediante opportune strutture pastorali – agli ammalati, ai profughi, agli esuli, ai migranti, agli apolidi, ai circensi, ai nomadi e agli itineranti». 

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