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Migranti, tra spese per l’accoglienza e contributi previdenziali un utile netto di 2 miliardi di euro

Vatican Insider - pubblicato il 22/01/17

«Che cos’è lo sviluppo umano integrale? La migliore definizione l’ha data Paolo VI che ne ha parlato come sviluppo di ogni uomo e di tutto l’uomo. Ecco perché a chi crede nello sviluppo umano integrale lo sviluppo di uno che esclude lo sviluppo dell’altro non interessa». Padre Michael Czerny S.I., sotto segretario della sezione migranti e rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo umano integrale,  ha aperto così la discussione a Civiltà Cattolica su «Immigrati e rifugiati. Tra storie di vita, integrazione e una nuova geopolitica», in occasione della pubblicazione del volume di padre Giancarlo Pani «Sulle onde delle migrazioni. Dalla paura all’incontro».

Per Czerny chi voglia capire la posizione di papa Francesco su migrazioni e accoglienza deve tener presente quanto detto dal papa tornando dalla Svezia: «Cosa penso dei Paesi che chiudono le frontiere: credo che in teoria non si può chiudere il cuore a un rifugiato, ma ci vuole anche la prudenza dei governanti: devono essere molto aperti a riceverli, ma anche fare il calcolo di come poterli sistemare, perché un rifugiato non lo si deve solo ricevere, ma lo si deve integrare. E se un Paese ha una capacità di venti, diciamo così, di integrazione, faccia fino a questo. Un altro di più, faccia di più. Ma sempre il cuore aperto: non è umano chiudere le porte, non è umano chiudere il cuore, e alla lunga questo si paga».

Accogliere dunque è un assoluto, ma davanti al migrante l’accoglienza deve diventare integrazione. Ecco la complessità, e la necessità della «prudenza», e del discernimento. 

Sandra Sarti, vice capo di gabinetto del ministro dell’Interno, con incarico di coordinamento delle attività inerenti gli affari internazionali, ha illustrato i dati dell’ecatombe mediterranea e le cifre dell’impegno italiano. Oltre a questo ha fatto vedere due «spot» realizzati dalle autorità italiane tesi a rendere i migranti consapevoli dei rischi cui vanno incontro salendo sui barconi della morte. Sono spot basati sulle dolorosissime testimonianze di chi ha visto i suoi cari non farcela. I grafici mostrati hanno reso evidente l’impennata del fenomeno migratorio dall’inizio della «Primavera araba», e la difficoltà a contenerlo.

Subito dopo è intervenuto padre Corrado Pani che ha aperto il suo intervento citando un caso di cui è stato testimone. Una donna nigeriana dopo essersi inserita qui in Italia ha tentato di farsi raggiungere dalle sue tre figlie. Le due più giovani sono morte disidratate durante il viaggio, la terza è riuscita ad arrivare. Alla domanda se fosse stato saggio farle partire, o non sarebbe stato preferibile aiutarle da qui a vivere meglio nel loro Paese d’origine, la donna ha risposto: «Se fossero rimaste sarebbero state certamente costrette alla prostituzione». Il punto del suo ragionamento, ha aggiunto, è parso questo: «Tra morte certa e morte probabile non è difficile capire quale sarà la scelta».

Memore dei racconti dei suoi parenti emigrati in America, dei loro racconti della quarantena a Ellis Island e della loro vita dopo, Pani ha osservato i dati sulle migrazione in Italia, paese colpito dal gelo demografico, dove i decessi cominciano a superare le nascite. I costi per l’accoglienza, ha ricordato, superano gli 8 miliardi di euro. Il che vuol dire, considerando soltanto i contributi Inps versati dagli immigrati, un utile netto di 2,2 miliardi di euro, in base agli ultimi dati disponibili. Accanto a questo c’è l’imprenditorialità dei migranti, da indagare con attenzione.

La realtà è diversa dalla sua percezione, e la realtà è che i migranti, sempre più giovani, difficilmente possono costituire una minaccia per l’occupazione giovanile italiana, dal momento che i giovani migranti sono disponibili a svolgere lavori umili, di fatica, che molti dei nostri giovani non vogliono più fare, ma socialmente utili.

Quindi è stata la volta del direttore del Centro Astalli, la sezione italiana del Jesuit Refugee Service, padre Camillo Ripamonti. A contatto quotidianamente con i migranti e i rifugiati, padre Ripamonti ha detto di voler essere la loro voce nella sala di Civiltà Cattolica. «Vi porterò quel che sento da loro, perché possiate sentirlo anche voi». Ed ha raccontato le fatiche di ogni giorno, il caso dei rimpatri di una dozzina di migranti riportati nei loro paesi d’origine da una quarantina di accompagnatori, la percezione che i diritti possano divenire privilegi, lo smarrimento davanti al timore di essere fermati in Turchia o in Libia, dove gli standard di «umanità» nei centri per migranti costituiscono ai loro occhi una preoccupazione.  

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