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Vescovi irlandesi a Roma 10 anni dopo il monito di Benedetto XVI

Vatican Insider - pubblicato il 20/01/17

«Negli ultimi anni avete dovuto rispondere a molti casi dolorosi di abusi sessuali su minori. Questi sono ancora più tragici quando a compierli è un ecclesiastico…». Era ottobre 2006 quando Benedetto XVI aprì con queste parole il lungo capitolo della pedofilia nella Chiesa irlandese, in occasione dell’udienza concessa ai vescovi del paese in visita ad limina apostolorum. Seguirono anni di indagini governative, culminate nel 2009-2010, che rilevarono la drammatica entità del fenomeno degli abusi sessuali avvenuti nel corso dei decenni in parrocchie e istituzioni cattoliche del paese. Joseph Ratzinger decise una ampia visitazione apostolica, accettò le dimissioni di numerosi vescovi, scrisse una storica lettera ai cattolici irlandesi. Oggi, dieci anni dopo, e dopo la pausa del Giubileo della misericordia (8 dicembre 2015 – 20 novembre 2016), papa Francesco ha ripreso le visite degli episcopati nazionali ad limina apostolorum, ossia i viaggi a Roma (sui sepolcri degli apostoli Pietro e Paolo) per incontrare i diversi dicasteri della Curia romana e il Papa e fare con il primate cattolico il punto della situazione della fede nel proprio paese, ricevendo proprio la conferenza episcopale irlandese guidata dall’arcivescovo Eamon Martin. 

Metà dei vescovi presenti nel 2006 oggi non c’erano perché nel frattempo si sono dimessi o sono andati in pensione, e lo stesso arcivescovo presidente non era presente dieci anni fa. «Con il Papa c’è stata un’atmosfera rilassata ma non disinvolta», ha raccontato Martin in un briefing ospitato dalla sede della Radio Vaticana con un gruppo di vescovi appena tornati dalle due ore di incontro con Francesco. «Ogni volta che abbiamo parlato di abusi la discussione è stata molto seria», ha proseguito l’Arcivescovo che ha riferito che con i suoi confratelli ha chiesto al Papa dei suoi incontri con alcune vittime di abusi. «Sono perfettamente consapevole che mentre siamo qui, ci sono sopravvissuti ad abusi sessuali che finalmente vedono le loro storie riconosciute, ascoltate e riconosciute dalla Chiesa, dalla società e dallo Stato», ha detto in riferimento all’odierna pubblicazione a Belfast di una nuova inchiesta pubblica. 

Questa mattina, riferisce la stampa nordirlandese, sono stati pubblicati i risultati di una indagine di quattro anni promossa dalla regione che ha accertato numerosi casi di abusi (maltrattamenti fisici e veri assalti sessuali) sui minori, compiuti a partire dal 1920, in istituzioni gestite dalle chiese, dallo stato e dall’organizzazione caritatevole Barnardo. 

Nel 2006, ha ricordato monsignor Martin, Benedetto XVI raccomandò che «è importante stabilire la verità di ciò che è accaduto in passato, prendere tutte le misure atte ad evitare che si ripeta in futuro, assicurare che i principi di giustizia vengano pienamente rispettati e, soprattutto, guarire le vittime e tutti coloro che sono colpiti da questi crimini abnormi». Da allora, «abbiamo lavorato in tutte queste quattro aree», ha detto l’Arcivescovo: ci sono state «indagini e audizioni», la Chiesa ha adottato «protocollo, standard e linee-guida, d’accordo con la Santa Sede, per prevenire che questi fatti si ripetano, e abbiamo centinaia di persone coinvolte che sono gli occhi e le orecchie della Chiesa per prevenire nuovi abusi», la Chiesa irlandese ha scelto di «cooperare con la giustizia civile e penale, senza omissioni e insabbiamenti, perché una cultura della segretezza, nata da un malinteso desiderio di prevenire lo scandalo, è stato il più grande scandalo», e i vescovi hanno infine promosso progetti di «guarigione» delle vittime, con programmi di ascolto e psicoterapia come il «Toward healing» (verso la guarigione), e anche un programma intitolato «Toward peace» (verso la pace), dedicato alle vittime di preti pedofili che «vogliano iniziare un viaggio per ritornare alla Chiesa, perché il dramma è che molte delle vittime venivano dalle famiglie più vicine alla Chiesa e sono state distrutte da questo orrendo peccato e crimine». Per Martin, in generale, «la Chiesa irlandese ha qualcosa da dire alla Chiesa universale, perché è passata e sta passando attraverso questo dramma e abbiamo riflettuto molto in questi anni». 

L’incontro con il Papa, e anche gli incontri dei giorni scorsi con la Segreteria di Stato e i diversi dicasteri romani, hanno riferito tutti i vescovi presenti al briefing, è stato «informale», «disteso», e «cordiale». Francesco, in particolare, non ha pronunciato un discorso, come è sua abitudine, e – novità rispetto alle visite ad limina apostolorum – neppure ha consegnato un discorso scritto. Monsignor Diarmuid Martin, arcivescovo di Dublino, presente già nel 2006 e, in precedenza, officiale della Curia romana, ha raccontato così l’avvio dell’incontro: «Noi vescovi ci siamo seduti attorno al Papa, allo stesso livello. Lui voleva ascoltare. Ha spiegato che lui dava il calcio di inizio partita, tutti potevano intervenire, nessuno escluso, potevamo parlare di ogni questione, e ci ha detto che noi vescovi eravamo come portieri, la palla poteva venire da ogni parte. Tutti i temi erano sul tavolo». In generale, ha sottolineato l’arcivescovo, «rispetto a dieci anni fa mi sembra che ci sia stato il riconoscimento dei progressi fatti dalla Chiesa in Irlanda. Non è una storia di successo se si guarda ai numeri, c’è un calo delle vocazioni, c’è un calo delle persone che vanno a messa, ma ci sono anche segnali di rinnovamento. Un mio parroco dice, per esempio, che sebbene abbia moltissimo da fare, battesimi, matrimoni, funerali, bisogna ricominciare da capo, con piccole comunità che cresceranno, magari anche dopo la sua morte». Quanto agli abusi sessuali, sui quali l’arcivescovo di Dublino è sempre stato inflessibile, «se guardiamo alla quantità, il numero di abusi nella Chiesa è stato minore che nel resto della società, ma dal punto di vista della qualità un abuso che avviene nella Chiesa di Gesù il quale mise i bambini al centro, è di una negatività insopportabile». 

Molti gli argomenti affrontati nel colloquio di dure ore con il Papa, dal ruolo dei giovani nella società a quello delle donne nella Chiesa, dalla disoccupazione alla crescita di senza-tetto e suicidi, dalla crisi politica in Irlanda del nord, dove si voterà il due marzo («È importante che tutti evitino di adottare un linguaggio di denigrazione che costruirebbe barriere anziché ponti», ha commentato Eamon Martin), alle richieste di riforma nella Chiesa da parte di un’associazione di preti (abolizione del celibato obbligatorio, per esempio) al cambiamento intervenuto negli ultimi anni nella società irlandese, tra calo dei fedeli e legalizzazione del matrimonio omosessuale. «Abbiamo sentito un senso di comprensione per il nostro impegno ad affrontare i problemi che ci sono. Molti dei problemi che affrontiamo ci sono anche in altri paesi dell’Europa occidentale. C’è una certa curiosità di perché le cose sono cambiate così velocemente in Irlanda. Ma c’è stato incoraggiamento nel continuare a far sentire la voce alla Chiesa, non dominante, ma importante nella società irlandese su questioni come la famiglia, la vita, l’educazione, la povertà». Il Papa ha consigliato, in modo non «ideologico» e senza insistere sui dogmi, di essere «vicini» alle persone. «Non ci siamo sentiti criticati o accusati o bacchettati sulle mani». E, ovviamente, si è parlato della prevista visita del Papa in Irlanda. «Il Papa ci ha ringraziato per l’accoglienza che gli ha dato l’Irlanda quando studiò inglese in Irlanda. Uno studio che non ha continuato…», ha scherzato Diarmuid Martin. 

Tra gli incontri dei vescovi irlandesi nella Curia romana, quello con la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori presieduta dal cardinale statunitense Sean O’Malley. 

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