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I 7 consigli di un ex terrorista per chiedere perdono

© Jeff Kubina

Revista Misión - pubblicato il 19/01/17

Si ha la possibilità di costruire una pace riparatrice

Quel leader del gruppo terroristico ETA – Txelis, come lo ricorda la memoria collettiva spagnola – è cambiato molto. Nei 23 anni trascorsi in carcere, José Luis Álvarez Santacristina ha studiato Filosofia, Psicologia, Teologia, Lettere Moderne e Scienze dell’Imprenditoria, e ha intrapreso un lungo percorso di conversione e pentimento.

“La mia storia è quella di una grazia concreta e palpabile, perché la fede mi ha fatto affrontare cose peggiori della paura di un presunto inferno: offrire un ‘Sì’ definitivo alla fede di Gesù di Nazareth presupponeva che mi pentissi fino in fondo delle azioni a cui ho potuto contribuire nel mio periodo di militanza nell’ETA, respingessi la violenza e lo dicessi chiaramente”, ha dichiarato.

“Sono consapevole della responsabilità morale che comporta il fatto di essere stato per anni militante dell’ETA; Dio è testimone del fatto che sono profondamente e sinceramente pentito”, ha aggiunto. Ora si pone una domanda: “Sareste capaci di perdonare un ex etarra, e ancor di più di seguire i suoi consigli per chiedere perdono?”.


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1. La richiesta di perdono, per essere autentica e riparatrice, dev’essere fatta, innanzitutto e soprattutto, tenendo conto della sofferenza delle vittime, del dolore provocato, a volte in modo irreparabile, a loro e ai loro familiari.
2. Chiedere perdono in modo sincero non obbliga la vittima a dover concedere il suo perdono, e neanche ad ascoltare. Chi chiede perdono davvero non si aspetta necessariamente che gli venga concesso, perché è consapevole del danno inflitto e della difficoltà, a volte enorme, della vittima o dei suoi familiari di perdonare.
3. Anche se chiedere perdono non comporta un obbligo da parte della vittima, può essere un’opportunità perché la memoria del danno subito sedimenti, si proceda nell’elaborazione del lutto quando si sono subite la perdita di una persona cara o gravi ferite fisiche e morali e si costruisca una pace riparatrice.
4. Chiedere perdono è un atto di umiltà, perché ci si riconosce radicalmente fallibili e responsabili del male provocato a qualcuno. Non si cercano scuse – si riconosce semplicemente il male commesso.
5. È anche un atto di coraggio, perché lungi da qualsiasi forma di arroganza o sottomissione disumanizzante a pressioni esterne si affronta il male provocato.
6. Chiedere perdono è un atto genuinamente umano, che mostra la nostra capacità di riconoscere il danno provocato a chi lo ha subito. Chiedendo perdono, si inizia un processo di riparazione del danno, e allo stesso tempo ci si riconcilia con se stessi, con il più profondo della propria dignità. Chiedere perdono non risponde, in prima istanza, a una necessità psicologica o sociale, ma a un dovere di coscienza nei confronti della propria vittima.
7. Se si chiede perdono non ci si limita a chiedere qualcosa, ma si offre anche qualcosa in cambio, per quanto possa sembrare poco rispetto al danno inflitto: si offrono umiltà, sincerità, rimorso ed empatia nei confronti del dolore della vittima e della sua famiglia, mostrando il proprio dispiacere per il male commesso. E soprattutto, si manifesta la ferma volontà di non commettere mai più un atto simile. In definitiva, si offre e si dimostra il proprio pentimento sincero.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]


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Tags:
pentimentoperdonoterrorismotestimonianze di vita e di fede
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