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La lezione di Scorsese sul martirio cristiano

Don Rocco Malatacca - pubblicato il 17/01/17

Prima parte di una esegesi sul significato di Silence

Silence” ha il pregio di non presentare solo una storia di Gesuiti, anche la prospettiva della spiritualità gesuita sulle cose, da un punto di vista estremamente sottile: la coscienza. La storia diventa interessante se vista da qui. In fondo, la situazione resta identica per tutto il film, la “persecuzione dei cattolici” nel Giappone feudale del 1639, per cui non c’è alcun reale progresso, perché tutto si gioca nella coscienza.
In questo modo, la storia avanza passo dopo passo per le decisioni dei due “padres” Garupe e Rodriguez che salpano per il Giappone, tuttavia ciascuno dei personaggi nella tormentata scena della persecuzione, nella propria coscienza è chiamato a scegliere Gesù Cristo in un clima tormentoso, domanda esattamente posta dal gesuita all’inizio, nel villaggio: “come credere in una situazione del genere?”. Ognuno deve trovare il modo, cosa che non significa una fede a modo proprio: la fede è quella cattolica e il Signore è l’unico Gesù Cristo, per cui ognuno deve trovare il modo di seguire Lui, anche “in una situazione del genere”.
Il contesto non favorisce una vita cristiana tranquilla, ed il film chiede se questa sia davvero desiderabile. La situazione di “persecuzione” graffia con l’obbligatorietà di una scelta. Ognuno sceglie. Scelga in base alla propria coscienza, alla propria percezione di cosa sia richiesto per essere fedeli a Dio oppure abiuri, rifiuti. La scelta del contadino non sarà mai la stessa scelta del prete, la scelta del forte non sarà la possibilità del debole, che dovrà trovare il suo modo di sequela. Scorsese lo mette bene in evidenza: tutto consiste in che posizione scegli davanti a Dio, che nessuno può copiare dalle pagine della storia altrui.


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La “persecuzione” graffia perché la scelta in questa situazione ha una conseguenza, dare se stesso o rifiutare se stesso, ma è un livello di fede ulteriore. Certamente la fede che prova un grande amore immaginando il Cristo di El Greco non è più che immaginazione, e lì c’è silenzio, nell’immaginazione non c’è bisogno di sentire la voce di Lui, non serve e non c’è che la propria voce. Quando invece si usa la propria voce per rispondere a Dio, spinto, costretto, stimolato dalle cose che accadono, c’è bisogno di muoversi arrancando, con fede e dubbio, perché ci si sta muovendo cercando dove mettere il piede avanti, verso Dio. Banalizziamo, se riduciamo tutto a dubbio contro fede. Non ha senso. I personaggi vogliono avere la fede cattolica, vogliono seguire il Signore Gesù “in quelle condizioni”.

Il film è una domanda: cosa significa martirio?
I contadini sono semplici, chiedono segni tangibili di fede forse più della fede stessa, perché hanno bisogno, la loro fede è “a tatto”, ma è vera. Per una coscienza semplice calpestare un segno della fede è essenziale, è abiura o martirio; è come se calpestassero il Signore in persona. Per un contadino il martirio è per onorare il Signore, come farebbe un samurai per onorare il feudatario, ed quindi è vero martirio: lo subisce, non lo cerca, non lo vuole, e lo vive per Lui.

Rodriguez è un Gesuita, è un prete ed a lui è chiesto di rispondere anche della vita degli altri, a differenza dei contadini che, spiega Inoue, “per quanto parlino… non riusciranno a decidere niente”. Rodriguez no: “tu capisci”, dirà Inoue, il che vuol dire “tu sai prendere una decisione”. Cosa significa per lui martirio?

Se vuoi sapere cosa ha in mente, ascolta come i Gesuiti commentano la notizia della scelta di padre Ferreira: incredibile la notizia dell’abiura, scandalo agli occhi della chiesa e del mondo. Il martirio è forza, coraggio, gloria; l’abiura una vergogna. In Giappone questa certezza fa i conti con la concretezza e si avverte il silenzio. Forza? Coraggio? Rodriguez all’inizio è attento a “sentirsi utile per questa gente” e il dibattito verte sul “si deve” aver forza o “non si deve” aver coraggio del martirio.

La prima volta che i contadini rischiano, guarda da lontano. Kichijiro è debole e la sua debolezza quasi costringe gli altri a fare i conti con la parte più debole di sé e Rodriguez a sedersi, prigioniero, con i contadini, seduti, prigionieri. Mentre questi subiscono un vero martirio, egli pensa “fa’ o Signore che il martirio sia di gloria e non di vergogna”, ma è Inoue, ancora una volta, a rivelare che “il prezzo della vostra gloria è la loro sofferenza“. Quando è costretto a sentire le grida, queste lo piegano perché la sua coscienza sa che sono “il prezzo della propria gloria”.

Alla fine deve scegliere se rinnegare o salvare cinque cristiani. Attenti qui: p. Ferreira gli fa notare “hanno già abiurato… ora muoiono per te” e p. Rodriguez deve scegliere come un prete sceglie, non solo per sé, e vive la prova che solo un prete può affrontare: i cinque hanno abiurato, ma se moriranno saranno considerati martiri agli occhi del mondo e della chiesa, ma apostati agli occhi di Dio, e lui, il prete gesuita, se rifiuterà di calpestare una immagine di metallo li farà morire, nel qual caso egli sarà considerato un eroe, un martire, agli occhi del mondo e della chiesa, ma un demonio agli occhi di Dio, perché essi sono morti per lui, e non per Cristo. La sua coscienza è davanti a un dilemma sottile: calpesta, così i cinque che hanno abiurato potranno salvarsi la vita e l’anima e lui, il prete gesuita, sarà considerato un caduto, agli occhi del mondo e della chiesa, ma un martire agli occhi di Dio. Gli altri non sono e non possono essere immolati a me stesso, sarebbe l’anticristo, che si mette al posto di Cristo. Questa scelta ha le sue conseguenze: la vergogna. Tutti credono che abbia abiurato ma lui ormai è silenzio, per custodire la risposta che nella sua coscienza ha dovuto prendere, in quel momento, davanti a Dio e che ormai lo segna.



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L’ultima frase del film invita a considerare la presa di posizione della coscienza, a non giudicare solo dall’apparenza. Quella moglie, che mette il crocifisso nelle mani in silenzio, è diventata cristiana, perché si è accorta dalla vita condivisa col marito colui per il quale egli stava vivendo e per chi faceva le cose. Ha vissuto un martirio di vergogna, continuo, per non rinnegare il suo Signore.
Kichijiro alla fine subisce anch’egli il suo martirio, quando per caso, si accorgono che è cristiano, ed allora non fugge più, perché anch’egli, il debole, non deve aver fede, neanche fino al martirio, solo per sforzarsi di essere forte, solo per coraggio.
Il martirio non è per sembrare forte, non per il coraggio, non per la gloria, non per il proprio riscatto (sociale), il martirio non lo si cerca, ma non lo si accetta neanche per essere considerati martiri, o eroi, agli occhi del mondo, finanche della chiesa, ma solo per Lui, anche se, alla fine, fosse l’unico a saperlo, in silenzio.

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