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I cambiamenti ti spaventano? Ricorri a Dio per affrontarli in pace

giorgiomtb

padre Carlos Padilla - pubblicato il 17/01/17

Nel cuore di Dio, i più deboli hanno un posto privilegiato

A volte mi costa decidere, scegliere, abbandonare qualcosa che faccio bene e iniziare a fare qualcosa di nuovo che non controllo. Ho paura del rischio e di confondermi. Di perdere quello che ho già, quello che già faccio bene. Mi spaventa una scommessa che sembra impossibile per ottenere qualcosa di meglio. Forse mi manca la pazienza, e mi fermo allo sforzo. Voglio cambiare, migliorare.

Dice Carlos Moyá su Rafael Nadal: “È troppo esigente con se stesso e non si perdona gli errori. Deve cercare di cambiare un po’ da questo punto di vista. Anche se non si tratta di cambiare, è una questione di evolversi e azzardare”.

Sono un po’ perfezionista. Voglio fare le cose bene, perfette. Mi costa perdonare i miei errori. Voglio fare tutto bene, sempre. E cerco Dio perché si rallegri della mia vita. Perché mi affermi.

Dio mantiene il silenzio nel mio tentativo di migliorare, di fare tutto meglio. Forse devo imparare a distaccarmi dalle mie pretese, dai miei desideri così mondani.

Non voglio cambiare tanto per cambiare, voglio crescere ed essere migliore. In fondo so che a volte non cerco l’approvazione di Dio, ma quella degli uomini.

Giorni fa leggevo di come la presenza di Dio nella nostra vita non ci trasformi in altre persone, perché continuiamo ad essere gli stessi: “Questa esperienza non mi ha reso un santo. Non ho perso le mie debolezze né i miei difetti, né ho smesso di essere un peso per gli altri o di ferirli. Ho continuato ad essere egoista, e ci sono stati momenti in cui anche vivere la presenza di Dio sembrava del tutto dimenticato. Più di una volta ho voluto insediarmi definitivamente in questa terra. Ma nonostante i miei peccati sussisteva qualcosa, perché nel profondo del mio animo ho sempre saputo che questo mondo è relativo, che la terra non è la nostra dimora definitiva e che solo attraverso la morte raggiungiamo la resurrezione” [1].

Quando mi lego più a Dio mi rendo più libero dagli uomini. Ma mi costa molto. Quando imparo a stare con Dio nel silenzio della mia anima, nel suo silenzio. Attento. Aspettando. Sento qualcosa. Ma lo dimentico. Voglio smettere di essere così duro con me stesso. Voglio accettare la debolezza della mia carne.

Diceva papa Francesco ai giovani a Cracovia: “Ci farà bene ogni mattina dirlo nella preghiera: ‘Signore, ti ringrazio perché mi ami; sono sicuro che tu mi ami; fammi innamorare della mia vita’. (…) Non vergognatevi di portargli tutto, specialmente le debolezze, le fatiche e i peccati nella Confessione: Lui saprà sorprendervi con il suo perdono e la sua pace”.

Mi piace questo sguardo sulla mia debolezza. Quella miseria riconosciuta che apre il cuore del Padre. Lo guardo commosso. Voglio cambiare, è vero. Voglio essere migliore, meno egoista, meno esigente con me stesso e con gli altri. Più paziente e compassionevole.

Nel film Silence, uno dei protagonisti si chiede: “C’è posto in questo mondo per i deboli?” Nel cuore di Dio, i più deboli occupano un posto privilegiato.

Dio non può fare nulla con chi crede nelle proprie forze, che lo rendano capace di tutto, ma può fare molto con quelli che sono caduti, si sono rialzati, hanno chiesto perdono in ginocchio, hanno ricominciato credendo nella misericordia divina.

Nel cuore di Dio entrano quelli che non entrano nel mio. Quando non accetto l’errore che si commette e si ricommette. La caduta reiterata. La miseria che diventa stile di vita. E divento esigente. Con chi inciampa sempre e poi chiede perdono. E non vedo cambiamenti. E io li esigo.

Ma Dio non è così con me. Sa che i cambiamenti sono lenti. Non arrivano rapidamente. A volte non arrivano proprio. Quanto mi costa cambiare!

Mi riempio la bocca del cambiamento, ma poi non voglio perdere, smettere di fare quello che faccio bene. Rischiare di perdere tutto. Non sono mai stato un giocatore di poker. Non scommetto senza carte. Voglio avere tutto sicuro. Non rischio di dare la vita senza avere prima qualcosa ben assicurato.

Non voglio perdere tutto. E divento conformista. Mi abituo alle cose di sempre. Sono il migliore nelle mie cose. In quello che faccio ad occhi chiusi. Ma non voglio rischiare nulla.

Mi spaventano i cambiamenti reali. Temo di smettere di essere quello che ho sognato. Quello che gli altri si aspettano da me. Il cambiamento ha un aspetto doloroso, e il dolore spaventa. Il cambiamento mi chiede di abbandonare delle cose e di abbracciarne di nuove. E farlo costa.

Ma mi fa paura non crescere se non abbandono delle cose. Se non le faccio in modo diverso. Non smetterò mai di essere debole. Non riuscirò a fare sempre tutto bene. Questo mi dà sollievo. Gesù non si aspetta questo da me. Nel suo silenzio mi aspetta sempre. Cammina con me e mi sostiene. La sua mano nella mia. Il suo passo nel mio.

Sono qui di passaggio. Voglio solo seminare speranza con la mia vita. Voglio solo essere fedele a Dio nell’anima. Nel più profondo. È il mistero al quale Dio mi chiama. Mi dice di seguirlo sempre. Di seguire i suoi passi goffamente. E di confidare nel fatto che sempre, caduto o rialzato, sarà con me, sostenendo la mia vita. È la consolazione maggiore. Mi dà pace.

[1] Franz Jalics, Ejercicios de contemplación, p. 52

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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