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Anche noi siamo stati emigranti!

Vatican Insider - pubblicato il 17/01/17

In un ampio e dettagliato dossier, il “Messaggero di sant’Antonio”, nella rivista del mese di gennaio, ripercorre le principali tappe della nostra esperienza migratoria, che ha avuto inizio subito dopo l’unità d’Italia. Nell’articolo di Francesca Massarotto, “Quando i migranti eravamo noi”, i dati statistici riportati offrono, da subito, una storica descrizione dell’evento migratorio vissuto nel nostro Paese. Sono, infatti, oltre 26 milioni e mezzo i connazionali espatriati durante l’ultimo secolo e ben 60 milioni le persone di origine italiana che vivono fuori dei confini nazionali. Nel 2015, inoltre, il Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes ha riferito di oltre 107 mila giovani espatriati e in cerca di lavoro. Numeri certamente alti che coinvolgono laureati, diplomati, tecnici e ricercatori, in buona percentuale dai 18 ai 35 anni. 

«La storia dell’emigrazione italiana – ricorda il “Messaggero di sant’Antonio” – è cominciata a fine Ottocento, quando contadini e montanari senza terra, manovali, artigiani e operai disoccupati partivano da soli per andare oltre frontiera. […] Occupati nella nuova industrializzazione, nella costruzione di ferrovie, ponti, strade e gallerie, i nostri lavoratori emigravano fidandosi di informazioni raccolte da parenti o dal parroco del paese, senza conoscere né lingua né costumi del popolo che li avrebbe accolti». Si calcola che dal 1846 al 1915 lasciarono l’Italia 14.027.250 persone. Tra le mete maggiormente gettonate vi erano i Paesi d’Oltreoceano, che venivano raggiunti (nei primi del Novecento) su navi da carico o su navi negriere già utilizzate per il commercio degli schiavi. «Con biglietti – precisa la Massarotto – di terza classe, sola andata, i migranti s’imbarcavano dai porti di Genova e Napoli viaggiando per oltre un mese stipati nelle stive, su imbarcazioni senza medici né assistenza sanitaria. I contagi erano frequenti e così pure le tempeste. Chi moriva veniva gettato in mare».  

In questa prima fase migratoria, non era facile riuscire a trovare un lavoro. Solo nel secondo dopoguerra, coloro che lasciavano l’Italia, per raggiungere l’Europa e le Americhe, incontrarono migliori opportunità di lavoro e di crescita sociale, facendosi apprezzare in diversi ambiti, e ottenendo l’integrazione e numerosi riconoscimenti. 

Oggi, seppur a piani invertiti, la storia si ripete. Il dossier pubblicato dal “Messaggero di sant’Antonio” invita a fare tesoro del passato, considerandolo l’unico modo di costruire solide basi per il futuro. Nell’intervista a firma di Enrico Grandesso, infatti, Gianpaolo Romanato, docente di Storia Contemporanea all’Università di Padova, spiega quali furono le cause scatenanti dell’emigrazione italiana e in quali località si diressero i nostri migranti. 

Una emigrazione che continuò nel XX secolo, fino agli anni Sessanta, perché – spiega Romanato – «l’Italia anche dopo il ’45 continuò a essere un Paese depresso, povero, con insufficienti possibilità lavorative. Si aprirono allora nuovi sbocchi in Canada e in Australia, ma si rafforzarono anche le mete europee, spesso in condizioni di lavoro disumane: pensiamo agli italiani che andarono a lavorare nelle miniere di carbone in Belgio, a oltre mille metri di profondità. Fu la tragedia nella miniera di Marcinelle, nel 1956, che cambiò finalmente anche in Italia la percezione della questione migratoria, tanto sul piano politico quanto su quello sociale. La situazione cambiò una ventina d’anni dopo, quando prese forma il cosiddetto “boom economico”». 

A tal proposito, le parole di Papa Francesco, nel Messaggio per la 103ª Giornata mondiale del Migrante e del rifugiato, rappresentano un importante monito da prendere in considerazione. «Le migrazioni, oggi, – afferma il Pontefice – non sono un fenomeno limitato ad alcune aree del pianeta, ma toccano tutti i continenti e vanno sempre più assumendo le dimensioni di una drammatica questione mondiale. Non si tratta solo di persone in cerca di un lavoro dignitoso o di migliori condizioni di vita, ma anche di uomini e donne, anziani e bambini che sono costretti ad abbandonare le loro case con la speranza di salvarsi e di trovare altrove pace e sicurezza. Sono in primo luogo i minori a pagare i costi gravosi dell’emigrazione, provocata quasi sempre dalla violenza, dalla miseria e dalle condizioni ambientali, fattori ai quali si associa anche la globalizzazione nei suoi aspetti negativi». 

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