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Un silenzio molto eloquente

L'Osservatore Romano - pubblicato il 12/01/17

Non si tratta, nemmeno alla lontana, di un’esperienza privata e accomodante della fede, bensì di una dolorosa rinuncia a predicare il vangelo sui tetti per evitare lo sterminio dei propri fratelli. Infine, il romanzo di Endō ci propone una riflessione sulla cosiddetta «disciplina dell’arcano», che ha un evidente fondamento evangelico: «Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi» (Matteo, 7, 6). Lo stesso sant’Agostino raccomandava ai suoi fedeli, per evitare la reazione furibonda dei pagani, di nascondere per prudenza il proprio credo.

Dio non vuole che rifuggiamo dal martirio; ma vuole ancor meno che ci buttiamo insensatamente nel martirio o che la nostra insensatezza getti nel martirio i nostri fratelli. Ovviamente, questa disciplina dell’arcano può essere l’alibi perfetto per i vigliacchi che tacciono e concedono, desiderosi di ottenere le ricompense che offre il mondo, mentre i coraggiosi vengono sacrificati. Ma non è questa la tesi che si difende in Silenzio, dove la finta apostasia dei protagonisti ci viene presentata sempre come un tragico atto di amore verso i loro fedeli.

Prima che Scorsese adattasse Silenzio al grande schermo, lo aveva fatto Masahiro Shinoda in Chinmoku (“Silenzio”, 1971), un’opera dalle grandi qualità cinematografiche che tuttavia snatura completamente il significato del romanzo, presentando un padre Rodrigues che, dopo aver apostatato, si lascia travolgere dalla disperazione (come si deduce da una sequenza finale particolarmente infelice). La versione di Scorsese è invece scrupolosamente fedele all’originale, sia nella forma sia nel contenuto.

Per tradurre in immagini l’essenzialità della prosa di Endō, Scorsese ha rinunciato quasi del tutto alla colonna sonora (il che può rendere il film un po’ arido per lo spettatore medio) e ha scelto un tempo pausato (addirittura molto pausato per i ritmi frenetici dello pseudo-cinema attuale), come pure un espediente discutibile, ma incredibilmente efficace, che consiste nel raccontare la storia rinunciando a immagini truculente e a effettismi, adottando addirittura uno sguardo che si finge neutrale e che, in alcuni momenti (per esempio nella sequenza della morte di padre Garupe) ci può apparire freddo o distante.

Ma noi non crediamo assolutamente che lo sia; e ancor meno che una simile apparente freddezza si possa interpretare come distacco rispetto alla sofferenza dei martiri: la bellissima e terribile sequenza in cui ci viene mostrata la lenta morte dei cristiani che sono stati crocifissi sulla riva del mare perché l’alta marea li affoghi lentamente, non lascia ombra di dubbio sull’atteggiamento rispettoso del regista.

Ma certamente ancora più ammirevole appare lo scrupoloso rispetto che Scorsese mostra per il tema e le intenzioni di Endō, senza fare alcuna concessione allo spirito incredulo della nostra epoca. Così, per esempio, padre Rodrigues (magnificamente interpretato da Andrew Garfield, che incarna alla perfezione la mescolanza di ardore religioso e fragilità del personaggio del libro) sente, in modo nitido e risonante, la voce di Cristo (non la voce della sua coscienza) quando alla fine decide di calpestare il fumi-e che gli viene presentato, per salvare la vita di altri cristiani: «Calpestami… Sono venuto al mondo affinché mi calpestiate, ho portato la croce per condividere il vostro dolore».

Infine Scorsese riflette fedelmente l’intenzione di Endō nella parte conclusiva del film, dove la voce narrante (che fino a quel momento è stata monopolio di padre Rodrigues), assume nel romanzo un tono notarile e un po’ criptico, per suggerirci che il protagonista ha continuato a evangelizzare in segreto le guardie incaricate di sorvegliarlo.

Scorsese dice esplicitamente quello che Endō suggerisce appena: ci permette di vedere senza mezzi termini come Ferreira chiude un occhio dinanzi all’introduzione in Giappone di oggetti il cui significato cattolico non viene colto dalle autorità; ci consente di vedere senza ambiguità come Rodrigues ascolta in confessione Kichijiro, il suo delatore, e perdona i suoi peccati; infine, ci offre una inquadratura finale totalizzante — che naturalmente non riveliamo — in cui, in modo molto eloquente, abbiamo la conferma che Cristo non ha mai abbandonato il protagonista e che il protagonista non ha mai smesso di predicare il vangelo tra le persone che lo hanno accompagnato.

Silenzio è l’eloquente film di un grandissimo artista e di un cattolico che, come Flannery O’Connor, non esita ad addentrarsi in territorio nemico per misurarsi con i demoni che attaccano a morsi la fede.

E, addentrandosi in quel territorio, riesce a scuotere la nostra fede flaccida e fievole e ci permette di ascoltare la voce amorevole di Cristo, che risuona come un osanna eterno dentro di noi, condividendo il nostro dolore e perdonando ogni volta i nostri cedimenti e le nostre debolezze.
QUI L’ARTICOLO ORIGINALE

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Tags:
cristiani perseguitatigiapponemartin scorsesesilencesilenzio

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