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Un silenzio molto eloquente

L'Osservatore Romano - pubblicato il 12/01/17

Ovviamente non vi troviamo quell’atteggiamento moralistico edulcorato che tanto piace a un certo cattolicesimo emotivista, così propenso a offrire soluzioni nette e troppo facili (anche irreali) alle questioni più delicate e strazianti. Silenzio è un romanzo che — come chiedeva Flannery O’Connor all’artista cattolico — si addentra in «un territorio che è in larga parte proprietà del Nemico» e si confronta con il problema del Male e della sofferenza, mostrando senza mezzi termini le sofferenze della fede in mezzo a una persecuzione crudelissima.

Nel romanzo ci sono brani di una crudezza tale da farci gelare il sangue nelle vene, in cui Endō ci descrive i tormenti a cui furono sottoposti i martiri giapponesi. E ci sono brani di una potenza spirituale e di una densità teologica sublimi, in cui si esaltano l’eroicità e la grandezza del martirio. Ma nel romanzo c’è anche uno sforzo per comprendere le debolezze di quanti cedono per mancanza di coraggio, come il personaggio al tempo stesso grottesco e tragico di Kichijiro, un vigliacco che rinnega ripetutamente Cristo e denuncia altri cristiani, ma ripetutamente chiede e trova il perdono in padre Rodrigues, da cui torna come un cagnolino dal suo padrone. Perché Cristo, di fatto, volle salvare anche Giuda, sapendo che in ogni Giuda respira un potenziale Pietro.

Così lo spiega padre Rodrigues, in un brano particolarmente significativo del romanzo: «Cristo, nell’Ultima Cena ha detto a Giuda: “Quello che devi fare fallo al più presto”. Neanche ora che sono sacerdote ho potuto cogliere bene il senso di quelle parole. Che cosa avrà provato Cristo scagliando quelle parole in faccia all’uomo che lo avrebbe venduto per trenta denari d’argento? Le avrà dette con ira e con odio? O saranno piuttosto state parole nate dall’amore? Se erano parole di ira, Cristo in quel momento stava negando la salvezza a quell’unico uomo tra tutti gli uomini del mondo. Giuda avrebbe ricevuto in pieno la sferzata dell’ira di Cristo e non si sarebbe salvato; e il Signore avrebbe abbandonato al suo destino un uomo caduto per sempre nel peccato. Ma non poteva essere così. Cristo cercò di salvare persino Giuda. Se così non fosse, non avrebbe senso che abbia fatto di lui uno dei suoi discepoli».

Silenzio ci insegna che la misericordia di Dio condivide anche la sofferenza di quanti lo rinnegano; poiché, come leggiamo in un altro brano del romanzo, «chi può assicurare che i deboli abbiano sofferto meno dei forti?». Senza alcun dubbio, il punto più controverso del romanzo di Endō — e del film di Scorsese — è comunque la soluzione finale adottata dai padri Ferreira e Rodrigues, che apostatano pubblicamente e proseguono la loro opera evangelizzatrice nella clandestinità.

LEGGI ANCHE:“Silence” di Scorsese esplora il mistero della fede

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Tags:
cristiani perseguitatigiapponemartin scorsesesilencesilenzio

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