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Zuppi: “Allarghiamo i confini e andiamo incontro a tutti”

Vatican Insider - pubblicato il 11/01/17

È entrato in città e nel suo nuovo ruolo senza rinunciare allo stile con cui aveva fatto il parroco e il vescovo ausiliare di Roma. Ha portato con sé la bicicletta e ha scelto di abitare nella Casa del Clero, insieme ai preti anziani che rappresentano «l’archivio vivente della Chiesa di Bologna». In questo primo anno alla guida della diocesi che è stata di Lercaro, Poma, Biffi e Caffarra la cifra saliente è la prossimità. Matteo Zuppi, 61 anni, arcivescovo del capoluogo emiliano, in questi primi tredici mesi a Bologna non si è fermato un istante ed è diventato un punto di riferimento in città. Lo incontriamo in Curia, in una gelida mattina di gennaio.

 Come è stato questo primo periodo a Bologna?

«L’accoglienza che ho ricevuto è stata commovente e mi ha molto interrogato. Un’accoglienza che era manifestazione della realtà, della bellezza e anche di un’attesa. C’era la richiesta di paternità, di vicinanza e prossimità. C’era la richiesta di risposte: nel disorientamento tipico dei nostri giorni e nelle difficoltà che tutti stiamo vivendo molti guardano alla Chiesa. Ho cercato innanzitutto di conoscere e di ascoltare».

 Quale la difficoltà maggiore?

«Credo che sia quella di mettere in pratica le indicazioni del convegno della Chiesa italiana di Firenze, cioè discutere in modo sinodale l’esortazione “Evangelii gaudium”, sottraendosi alla tentazione di rispondere alle domande talvolta quasi angoscianti che vengono poste dalla gestione delle nostre strutture e istituzioni secondo una logica tutta interna. Bisogna invece cercare di rivolgersi all’esterno, manifestando simpatia per quanto c’è fuori. Evitare risposte “ad intra” ed essere invece consapevoli che le risposte le troviamo “in itinere”, uscendo».

Perché ha scelto di abitare nella Casa del Clero?

«Per due motivi. Il primo è pratico. Il cardinale Caffarra aveva delle persone che stavano con lui e che sono rimaste con lui: io sarei dovuto venire portando delle persone che mi aiutassero. Ho preferito entrare in una Chiesa con quello che vi ho trovato. Il secondo motivo è la fraternità: nella Casa del Clero sono quasi tutti preti emeriti, anche se chi può continua a svolgere un servizio. Sono una memoria, l’archivio vivente della diocesi e anche la storia della santità. Mi è sembrato un grande aiuto per me abitare lì».

Com’è il rapporto con la città e con la gente?

«Di grande immediatezza e vicinanza. Le persone chiedono legami, una conoscenza che non sia a distanza. Moltissimi mi dicono: io non credo ma leggo sempre i discorsi del Papa e vorrei parlarne con lei. Oppure: io non credo ma quello che dice lei è importante. Ci sono delle porte aperte».

Eppure Bologna passa per essere una città anticlericale…

«Non credo lo sia. C’è una dialettica un po’ forte, questo sì, c’è sempre stata una discussione. Ma c’è anche una consapevolezza profonda dell’importanza dell’uno e dell’altro, che forse va ricompresa. Il sindaco comunista Giuseppe Dozza andò a prendere alla stazione il cardinal Lercaro che tornava dall’ultima sessione del Concilio».

Il cardinale Biffi, suo predecessore, fece scalpore chiamando questa terra«sazia e disperata».

«Biffi stava commentando i dati sui suicidi in Emilia Romagna, che aveva un primato in Italia. Le sue parole, estratte dal contesto, suscitarono polemiche. Ma si sono rivelate importanti. L’allora presidente Regione, Pierluigi Bersani, ha scritto di recente in un libro dedicato al cardinale che quelle parole furono una sferzata utile per il partito, che pensava di avere dei principi ideologici rivelatisi poi inadeguati di fronte alla realtà».

Qual è il suo rapporto con la politica?

«Buono con tutti, anche se qualche volte ci sono schermaglie legate a polarizzazioni e a polemiche sui giornali. C’è consapevolezza che la casa comune chiede a tutti, anche ai politici, di uscire dagli stereotipi e dalle collocazioni antagonisti che finiscono per allontanare sempre più la politica dalle attese della gente, per provare invece a rispondere alle tante sfide concrete di fronte a noi».

Come affronta la Chiesa la sfida dell’immigrazione e come reagisce la gente?

«C’è indubbiamente paura ma anche molta solidarietà. C’è paura per un affronto non organico, sempre emergenziale e quindi non convincente. E poi c’è paura perché c’è la tentazione della chiusura, dei muri, dei pregiudizi antichi e nuovi per quanto viene da fuori. Ma Bologna è una città accogliente. Il settanta per cento dei suoi abitanti maggiorenni non è nato qui. Il problema è ce la paura finisce per rendere complicato quello che è semplice. Qualche volta non si riesce a guardare in faccia i problemi come sono, uscendo da un approccio istituzionale. E poi riconoscere e ammettere che ci sono difficoltà non significa affatto dire che non si fanno delle cose. Il problema è rispondere alla necessità, non difendere quello che faccio già! La Chiesa cerca di dare sicurezza, di mostrare che l’accoglienza non è un salto nel buio ma è l’esatto contrario e ci rende tutti consapevoli del tanto che abbiamo ricevuto. Ci sono esperienze molto belle di accoglienza e di vicinanza verso immigrati e rifugiati. Iniziative che erano già in atto prima del mio arrivo, e che abbiamo continuato. Ma dobbiamo e possiamo fare tanto di più, soprattutto non rinunciare mai alla logica della gratuità e che la misericordia non riguarda qualcuno ma tutti».

Come si applica l’esortazione «Amoris laetitia»? Lei vede confusione?

«Direi che si avverte la fatica a vivere l’orientamento e il contenuto dell’esortazione, soprattutto la sua visione. Istintivamente preferiremmo mettere le mani in tasca e cercare le risposte in un prontuario. Ma il prontuario non c’è, il sacerdote deve assumere la situazione, farla sua, comprenderla, discernere, entrare nella carne viva delle situazioni e dei drammi. E questo è molto più faticoso rispetto al prontuario con le risposte pronte. Questo non significa affatto cambiare la dottrina! Anzi, è il vero modo per difenderla. C’è bisogno di paternità da parte dei preti».

Com’è il rapporto con il suo predecessore, il cardinale Carlo Caffarra, uno dei quattro firmatari dei dubia su “Amoris laetitia” presentati al Papa?

«È un rapporto buono, fraterno, molto rispettoso da una parte e dall’altra. Oserei dire persino troppo rispettoso da parte del cardinale, che non intende minimamente interferire nella pastorale. Io desidererei che potesse partecipare in alcuni momenti alla vita diocesana».

Qual è il bilancio del Giubileo della misericordia?

«Grande vicinanza alle situazioni dolorose e fare comprendere che la chiesa è una madre attenta  e vicina. I confessori hanno riscontrato durante quest’anno una risposta personale di riconciliazione: c’è stato un aumento confessioni e anche direi della qualità, della consapevolezza delle confessioni. Inoltre si è registrata una maggiore vicinanza alla misericordia da avere verso gli altri, non soltanto da chiedere. Le prospettive di “Misera et misericordia” sono una grande eredità».

La Chiesa italiana si sta sintonizzando con Papa Francesco?

«Certamente sì, con la fatica di vivere una prospettiva che cambia, da che guardava all’interno a una che guarda all’esterno. Dal privilegiare la formazione e l’organizzazione a una sperimentazione “sul campo” che proprio per questo cresce, si forma, cambia. Una prospettiva che chiede un impegno per essere vissuta».

Che cosa significa essere Chiesa in uscita?

«Essere una Chiesa che non ha paura di dialogare con tutti e si riavvicina a tutti. Una Chiesa che non si sforza di compiere operazioni di maquillage o trasformismi, alla continua ricerca di una formula, perché le è chiesto molto di più, di testimoniare il Vangelo e non surrogati con i quali abbiamo pensato di avvicinare il mondo esterno. Testimoniare il Vangelo con tutta la sua pregnanza e semplicità, senza timore di contagiarsi, avvicinando chiunque allargando i confini dell’identità e dell’appartenenza. Noi abbiamo oggi la necessità di vivere la passione missionaria, la passione di guarire i malati. Questa è la priorità che il Papa ci indica. Perché in realtà chi va a guarire i malati difende i sani! Non difendi i sani, il gregge che ti è rimasto, distinguendo e allontanandoti. Il gregge si difende andando a cercare la pecorella smarrita».

La Curia è proprietaria di una fabbrica, la FAAC. Perché?

«Il proprietario l’ha lasciata in eredità alla Chiesa di Bologna e il cardinale Caffarra l’ha accettata affidandone l’amministrazione a un trust: non è la diocesi che amministra l’azienda. Quello che la diocesi indica all’azienda è che ci sia il massimo di protezione per i lavoratori in termini di welfare e di principi etici, e poi la distribuzione degli utili. La scelta è stata quella di gestirli per la carità, perché vadano tutti in iniziative di aiuto ai più poveri. Questo ci fa bene, ci fa crescere nell’aiuto ai bisognosi e in progetti per il lavoro. Senza far diventare la Chiesa un’impresa del sociale, ma guardando a progetti come il microcredito che possano dare risposte a tante situazioni di difficoltà e di precarietà».

 (2/ continua) 

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