Aleteia

Maternità, fede, Gesù: così “Suor Angela” ha cambiato la vita di Elena Sofia Ricci

RAI
Condividi
Commenta

La fiction "Che Dio ci aiuti" riporta l'attenzione su valori cristiani come la maternità. L'attrice-suora è il personaggio chiave che li trasmette al grande pubblico

«Tutte le attrici sognano d’interpretare la suora. O la prostituta. E il primo dei due è il ruolo più difficile». Il destino ha voluto che Elena Sofia Ricci si misurasse col ruolo più difficile; e che suor Angela – la suora «scorretta, bizzarra, irresistibile», da domenica 8 gennaio è di nuovo su Raiuno con la quarta serie di Che Dio ci aiuti – le cambiasse davvero la vita (Il Giornale, 6 gennaio).

L’INCONTRO CON LA SUORA VERA

Fu il regista Francesco Vicario a insistere perché leggesse la storia di questa suorina ex galeotta, condannata per rapina a mano armata e concorso in omicidio. «Qualcosa allora scattò. Capii che, dietro quella donna, che aveva toccato il male e per questo s’era decisa al bene, c’era qualcosa d’importante. Anche per me», commenta l’attrice.

Era il 2011, aveva appena iniziato la prima serie, «quando del tutto casualmente conobbi una suora che era l’incarnazione del mio personaggio. Scorretta, imprevedibile, affascinante, irresistibile. Ma allora suor Angela esiste davvero!, pensai. Lei era quella che io avrei voluto essere sullo schermo».

“ASSETATA DI LUCE”

Il personaggio di suor Angela ha accompagnato Elena Sofia Ricci in un cammino di riscoperta della Fede che ha cambiato la donna quanto l’attrice. «Io sono stata a lungo agnostica. Ma sempre attratta dalla figura di Gesù. Ero un’assetata di luce. Come stessi vicino ad una porta socchiusa, in attesa che qualcuno me l’aprisse. Ecco: la vera suor Angela è stata la ventata che quella porta me l’ha spalancata».

COME DON CAMILLO E TERENCE HILL

Da allora, scrive ancora Il Giornale, le battute del personaggio, che all’attrice parevano talvolta eccessive o retoriche, la donna le comprendeva appieno; «perché ne facevo esperienza diretta. E ora potevo restituirle». Sta capitando anche a lei, insomma, ciò che in situazioni analoghe è capitato a Fernandel con don Camillo, o a Terence Hill con don Matteo: «Sperimento che l’amore che si prova per Gesù non è una faccenda simbolica, un’immagine retorica. No, no: è amore vero. Concreto».

LA LETIZIA DI PAPA FRANCESCO

I motivi del successo di Che Dio ci aiuti, prosegue Ricci stanno. «nella leggerezza, nella letizia, che talvolta alla Chiesa manca, e che Papa Francesco lui è stato proprio il Signore, a mandarcelo! ci insegna a riscoprire».

IL RUOLO STRATEGICO DELLE SUORE

Un esempio concreto di come la fiction insegni a riscoprire valori che si vogliono sempre più appannare come famiglia e maternità, lo si è notato sin dalla prima puntata dell’ 8 gennaio. Nell’episodio “Il nostro codice a barre è il caos e l’amore“, scrive http://www.farodiroma.it (9 gennaio), «basta seguire la fiction per pochi minuti per capire come la Rai voglia entrare nelle case degli italiani attraverso quelli che sono i valori più cari per ogni famiglia. Pur non essendoci all’interno della trama una vera e tradizionale famiglia, le suore fanno di tutto pur di crearne una proteggendo le ragazze, accompagnandole in un percorso di vita che ha sempre ben presente l’importanza della fede cristiana».

UNA CATECHESI ADATTA A TUTTI

“Che Dio ci aiuti” dà l’impressione di portare ogni settimana in prima serata una specie di Catechesi in cui gli attori attraverso dei simpatici siparietti trasmettono dei messaggi fondamentali per ciascun uomo.

Basti pensare ai monologhi di Suor Angela dinanzi all’altare nella piccola Chiesa del convento, o dei dialoghi con la Madre Superiora che sanno tanto di intime confessioni tra una figlia e la Madre che sa ascoltare e che con pazienza rispetta ogni scelta malgrado a volte vengano sovvertiti gli schemi fissi della tranquilla vita religiosa.

Condividi
Commenta
Questa storia ha come tag:
che dio ci aiutielena sofia riccirai
Newsletter
Ricevi Aleteia tutti i giorni