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Il dialogo di un sacerdote con il replicante di Blade Runner dopo la morte di un amico

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No caro Roy, le mie emozioni, i miei sentimenti non spariranno affatto con me

Per chi fosse irrimediabilmente allergico alla fantascienza, Roy Batty è l’androide antagonista di Harrison Ford nel film Blade Runner, reso celebre da un famosissimo monologo, quello che potete ascoltare qui sopra, che fu in buona parte improvvisato dall’attore (un superbo Rutger Hauer), che all’ultimo momento tagliò alcune frasi e aggiunse di sua iniziativa il finale. Il monologo è ricordato come uno dei più toccanti della storia del cinema, anche se a mio modesto parere funziona molto meglio nel film che leggendolo scritto, e deve molto alla recitazione che a leggerlo appare piuttosto banale.

Lo trascrivo qui per vostra comodità:

« Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi:
navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione,
e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser.
E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo,
come lacrime nella pioggia.
È tempo di morire. »

L’altro ieri è morto il mio amico Umberto, un uomo ricchissimo di vita, energico, vitale come pochi, uno di quelli che non ti viene mai in mente che possano morire. E devo ammettere che per un attimo quando ho avuto la notizia ho pensato a questo monologo, alla frase “tutti quei momenti andranno perduti come lacrime nella pioggia”… un attimo solo però, perché poi qualcosa dentro di me si è ribellato.

No caro Roy, non è affatto così!

Le mie emozioni, i miei sentimenti (e, ne sono certo, anche quelli di Umberto) non spariranno affatto con me.

Se fossimo soltanto individui, monadi impazzite in lotta una contro l’altra, come ci vorrebbe il mondo degli affari, come ci vorrebbe colui che è giustamente chiamato  il Divisore, come ci vorrebbe la dittatura mediatica che impera su di noi, allora si, le nostre emozioni, i nostri sentimenti, le nostre esperienze spariranno con noi, scenderanno nella fossa e saranno mangiate dai vermi, ma non sarà così per quelli che senza alcun merito sono stati chiamati nel corpo di Cristo, coloro che non sono più individui, ma persone ecclesiali.

Non è forse vero che siamo chiamati ad essere “un cuore solo e un’anima sola” (At 4,32)? E allora i miei sentimenti e le mie esperienze sono di tutta la Chiesa e quelli di tutta la Chiesa sono miei. In me vivono i sentimenti e le esperienze di Agostino ed Ignazio, di Bernardo e Teresa, di Maria Egiziaca e Giovanni di Dio. Io sono di tutta la Chiesa e tutta la Chiesa è mia, dunque ciò che è mio non si dissolverà come lacrime nella pioggia, perché fin dal primo momento non è stato solo mio, ma interamente e del tutto condiviso.

E poiché il Corpo di Cristo è il corpo Crocefisso e risorto, neppure la morte potrà spezzare questa unità. Oh la Chiesa è ben altro rispetto a quello che appare sui giornali, non è né una ONG indaffarata nel businnes della misericordia, come vorrebbero taluni, né un museo archeologico di belle tradizioni e splendide liturgie come vorrebbero talaltri. La Chiesa è un mistero divinumano, in cui la nostra umanità è impastata alla divinità di Cristo e da essa resa eterna e immortale, in cui l’individuo muore con il suo egoismo e le sue paure e cede il posto alla persona che vive e si rinnova nell’amore, cioè nello Spirito.

Sia lode a Dio che ci ha chiamato, Umberto ed io, nel Corpo dei risorti, di coloro che possono sorridere sull’orlo della notte in piena luce.

QUI L’ARTICOLO ORIGINALE

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