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Cosa sta facendo la Chiesa di concreto per combattere la ‘ndrangheta?

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In Calabria dopo la denuncia dei riti mafiosi in occasioni di tre eventi religiosi, si moltiplicano le iniziative di Caritas e vescovi

La Chiesa non è ostaggio dell’ndrangheta. Ma la combatte frontalmente e i risultati lo dimostrano. Che ci sia una presenza mafiosa nei riti religiosi è un dato di fatto. Che tale presenza si stia arginando e reprimendo con la prevenzione ne è un altro.

Lo spiega bene l’inchiesta condotta dal mensile Jesus (gennaio 2017). Che parte dalla denuncia dei tre luoghi della Calabria finiti nell’occhio del ciclone per i legami tra riti popolari e criminalità.

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LA MADONNA DEI POLSI

Per decenni, ad agosto, la festa della Madonna di Polsi, in Aspromonte, è stata anche la sagra dei capi della ’ndrangheta, che in quel santuario si sono dati appuntamento per decidere strategie, pianificare omicidi, fare affari, stringere alleanze o dichiarare guerre. Polsi è sinonimo di bellezza contaminata e di vergogna per i tanti fedeli autentici, consapevoli che il crimine ha avvelenato la Calabria.

Il vescovo Francesco Oliva ha chiesto perdono a Dio per «l’infedeltà e la miseria umana» di cui il santuario è stato teatro, «per quanti hanno cagionato spargimento di sangue, lacrime di dolore e sofferenze di ogni genere! Perdono per i mafiosi che si sono fatti vanto della sacra immagine della Madonna di Polsi!». «Non vogliamo più che questo sia considerato il santuario della ’ndrangheta», dice monsignor Oliva a Jesus.

Anche le inchieste recenti li lasciano scettici e indifferenti. Nell’ultima, battezzata “Fata Morgana” e coordinata dalla Procura di Reggio Calabria, tra gli indagati per associazione segreta c’è anche don Pino Strangio, parroco di San Luca e canonico del santuario. Il sacerdote si è dichiarato innocente e continua nelle sue funzioni in attesa che la giustizia faccia i suoi accertamenti.

L’INCHINO DI OPPIDO

A Oppido Mamertina, nel Reggino, un “inchino” (presunto?) della statua della Madonna delle Grazie davanti all’abitazione di un boss ai domiciliari ha scompigliato le carte ed è stato la stura per i progetti che il vescovo Francesco Milito da anni aveva in mente.

«Quell’episodio, che ha fatto il giro del mondo», racconta il vescovo, «è stato un kairòs, un intervento particolare di Dio nella nostra storia. Dio si serve di circo- stanze varie per inviarci messaggi incisivi», per suggerire l’urgenza di cambiamento. Dopo un periodo di sospensione della festa, «di quaresima e di digiuno», è arrivata la svolta: un decalogo, con una serie di norme frutto di riflessione corale, di collaborazione con i parroci, e un forte richiamo all’austerità nei riti. Soprattutto, nessuna sosta davanti alle case dei boss.

L’AFFRUNTATA DI SANT’ONOFRIO

Dallo scorso anno nuovo corso anche a Sant’Onofrio, nel Vibonese, dopo le infiltrazioni di soggetti vicini alle cosche durante il rito dell’Affruntata (la processione che la mattina di Pasqua simboleggia la risurrezione di Cristo e l’incontro con san Giovanni e la Madonna).

Il vescovo di Mileto Luigi Renzo ha chiesto ai fedeli di avere coraggio, di non lasciarsi «espropriare di ciò che appartiene al loro patrimonio religioso più genuino, lasciandolo in mano a gente senza scrupolo che non ha nulla di cristiano e anzi persegue una religione capovolta».

Ed è partito al contrattacco con un nuovo severissimo regolamento, con i parroci chiamati in trincea a vigilare su feste e processioni. Nessuna asta per stabilire chi porta la statua, ma un’estrazione a sorte dei nomi. Fra le tante norme, quella che vieta espressamente di «girare o sostare con le sacre immagini davanti a case o persone, tranne che si tratti di ospedali, case di cura, ammalati».

“L’ANTIVANGELO” VOLUTO DAI VESCOVI

Tutti questi documenti sono stati pubblicati a giugno scorso in un libricino dal titolo esplicito: La ’ndrangheta è l’antivangelo (Tau Editrice), con la presentazione di monsignor Vincenzo Bertolone, presidente della Conferenza episcopale calabra.

Ma a sferrare l’offensiva è stato papa Francesco con il suo discorso del 20 giugno 2014 davanti a 250 mila fedeli riuniti nella spianata di Sibari, a Cassano allo Ionio: gli uomini della ’ndrangheta «non sono in comunione con Dio, sono scomunicati».

LA SFIDA DI REGGIO

I cristiani protagonisti di questa battaglia civile contro la ndrangheta non mancano. A Reggio Calabria tra gli animatori di Reggio non tace, movimento nato nel 2010 dopo un attentato contro la Procura, c’è Giuseppe Ladiana, superiore dei Gesuiti.

https://www.facebook.com/MovimentoReggioNonTace/

Il religioso ci spiega senza mezzi termini che vuole più sentir parlare di rapporto tra ’ndrangheta e Chiesa: certo, ci sono stati e ci sono ancora preti che nascondono la testa nella sabbia, ma ormai il consenso sociale la mafia non lo cerca più nelle sacrestie.

LA SCUOLA DI LOCRI

A Locri la scuola per formare le coscienze è dentro un laboratorio teatrale. Figlio di un patto tra le Caritas delle dodici diocesi calabresi per costruire legalità anche attraverso la recitazione, il progetto Costruire speranza era stato accolto nel 2014 con qualche diffidenza ma ora sono arrivati i riconoscimenti e i premi anche dall’estero.

I giovani coinvolti nell’iniziativa vanno dai 14 ai 30 anni: «Sono lavori autoprodotti, testi che nascono dai racconti che ci fanno delle loro famiglie», spiega Antonella Schirripa, animatrice del progetto. «Alcuni sono figli di padri con prece- denti penali che si confrontano con altre storie: anche così si impara la legalità».

LA SPERANZA DI LAMEZIA

Anche a Lamezia Terme qualcosa sta cambiando: succede sempre più spesso che nelle parrocchie si discuta di mafia, un tempo la gente cambiava discorso. I fedeli hanno preso a fidarsi dei preti più impegnati e, se sostenuti, denunciano in tribunale chi li taglieggia, chi impone loro il pizzo come tassa sull’esistenza. Costruire speranza anche qui sta funzionando bene.

GLI STUDI DI CATANZARO

Da due anni, invece, nel seminario di Catanzaro la ’ndrangheta è diventata materia di studio, corso curriculare tenuto da storici, magistrati, uomini di Chiesa. Andrea Latelli, seminarista di 38 anni, è stato ordinato diacono a novembre. La sua sfida è portare il Vangelo tra i ragazzi di Lamezia Terme, accogliere il messaggio del Papa per cui «è meglio una Chiesa diroccata che sta nella strada piuttosto che starsene chiusi in sagrestia».

«Il Vangelo», aggiunge, «ci chiede di portare la vita tra la gente, la missione di pace devi farla a casa tua, al Sud, terra di evangelizzazione».

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