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Natale copto, il vescovo di Giza: l’Egitto non è più come prima

Vatican Insider - pubblicato il 07/01/17

«La vita degli egiziani oggi è più difficile, non solo  per i cristiani, ma per tutti gli egiziani. L’etica è cambiata, non c’è più il valore dell’amore, ma regna l’egoismo. Dobbiamo ricominciare daccapo. Non  dimenticatevi di noi nelle vostre preghiere, perché è su questo che noi contiamo. Conosciamo la forza della preghiera e del rimanere saldi nell’amore di Dio: è questo che ci salverà». Sono le parole pronunciate al microfono di Radio Vaticana da  monsignor Antonious Aziz Mina, vescovo di Giza, nel giorno (7 gennaio) in cui le Chiese orientali  – che seguono il calendario giuliano – festeggiano il Natale. Chiese, come quelle dei copti in Egitto, colpite dal terrorismo di matrice jihadista. Poco meno di un mese fa, l’11 dicembre scorso, furono 25 i morti nell’attentato contro la Cattedrale copta del Cairo. «Si vive sempre nella stessa situazione di una Chiesa del martirio – dice monsignor Mina –  che attende sempre il Signore per avere la sua salvezza».

Ma adesso, in Egitto, le frange estremiste sono più isolate? «Le loro azioni – risponde il presule – diminuiscono; non hanno lo stesso tenore di prima, ma il pensiero che regna è questo e questo è il guaio. Sono 30, 40 anni, forse di più, che seminano le loro idee; seminano queste idee chiuse, vedono solo quello che dicono e credono loro, senza lasciar spazio ad un’altra persona di dire le proprie ragioni».

Quanto al dialogo tra cristiani e musulmani nel Paese, Mina osserva: «Il dialogo della vita va avanti soprattutto tra le persone ancora aperte; ci sono  vicini che si conoscono bene e si aiutano tra di loro, ma ci sono altri che non si vedono, non tanto a livello cristiano-musulmano, ma proprio al livello umano; anche un fratello con un suo fratello . Non c’è più questa affettività che c’era prima fra gli egiziani, fra tutti insomma. Ora un fratello è disposto a portare suo fratello di sangue davanti ad un tribunale per una sciocchezza». Una situazione profondamente mutata rispetto a qualche anno fa.«I nostri ragazzi che erano portati ad amarsi gli uni gli altri, alla cultura della convivenza, dell’accettazione e dell’apertura, sono diventati chiusi, ciascuno per conto suo; chi può arrivare ad avere un suo diritto, anche a costo del diritto di un altro, non esita un attimo ad andare avanti».

Ma che cosa dice il Natale ai cristiani in questo contesto così difficile? «Dice: “Non dovete odiare, perché se arrivate ad odiare loro hanno vinto”. Il messaggio del Natale è un messaggio di amore e di pace. Prima di tutto dobbiamo avere la pace dell’anima per poter dare la pace agli altri. Allo stesso modo, dobbiamo pregare per tutti, anche per quelli che odiano, che ci perseguitano, che non ci vogliono nemmeno vedere; dobbiamo dare questa testimonianza di amore per vivere veramente il Natale». 

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