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Francesco: “I giovani devono essere in moto”

Vatican Insider - pubblicato il 06/01/17

Ha parlato a braccio, a lungo, dei giovani e delle vocazioni e di come si accompagnano i giovani in cammino. Aveva preparato un discorso: «Sono cinque pagine. È troppo presto per addormentarsi un’altra volta! Così io lo consegnerò al Segretario Generale e cercherò di dirvi quello che mi viene in mente». Così Francesco la mattina di giovedì 5 gennaio nell’aula Paolo VI ha accantonato il testo consegnandolo nelle mani di monsignor Nunzio Galantino e ha parlato spontaneamente ai partecipanti al convegno promosso dall’Ufficio nazionale per la Pastorale delle vocazioni della Conferenza episcopale italiana sul tema «Alzati, va’ e non temere. Vocazioni e Santità: io sono una missione».

Ha ricordato innanzitutto l’importanza della preghiera, citando le parole dette dall’angelo («Alzati e va’») a Pietro in carcere. Ma Pietro è «andato in una casa di cristiani, dove tutti pregavano per lui», ha bussato, e non è stato riconosciuto dalla domestica. «È un complesso, il complesso di quelli che per paura, per mancanza di sicurezza preferiscono chiudere le porte». «Io mi domando – ha aggiunto Francesco – quanti giovani, ragazzi e ragazze, oggi sentono nel loro cuore quell’“alzati!”, e quanti – preti, consacrati, suore – chiudono le porte. E loro finiscono in frustrazione. Avevano sentito l’“alzati!”, e bussavano alla porta. … “Sì, sì, stiamo pregando” – “Sì, adesso non si può, stiamo pregando”».

Il Papa ha spiegato che «pregare ci vuole, però pregare con la porta aperta! Perché soltanto accontentarsi di fare un convegno, senza assicurarsi che le porte siano aperte, non serve. E le porte si aprono con la preghiera, la buona volontà, il rischio. Rischiare con i giovani». Pregare con la preghiera «che esce dal cuore!». Bergoglio ha spiegato che cosa era avvenuto nelle diocesi del mondo «benedette di vocazioni». «Prima di tutto, una lettera del vescovo, ogni mese, alle persone che volevano pregare per le vocazioni: le vecchiette, gli ammalati, gli sposi… Una lettera ogni mese, con un pensiero spirituale, con un sussidio, per accompagnare la preghiera. I vescovi devono accompagnare la preghiera, la preghiera della comunità». Ma tante volte «i vescovi sono impegnati, ci sono tante cose… Sì, sì, ma non bisogna dimenticare che il primo compito dei vescovi è la preghiera! Il secondo compito l’annuncio del Vangelo. E questo non lo dicono i teologi, questo è stato detto dagli Apostoli». Si potrebbe fare «il piano pastorale più grande, l’organizzazione più perfetta, ma senza il lievito della preghiera sarà pane azzimo. Non avrà forza. Pregare è la prima cosa».

Poi Francesco ha ribadito l’importanza delle porte aperte. Ha prima elogiato il lavoro dei parroci italiani – «mai ho visto in altre diocesi, nella mia patria, in altre diocesi, organizzazioni fatte dai parroci così forti come qui. Pensate al volontariato… Poi, l’oratorio» – quindi, dopo aver specificato di parlare in generale, di tutto il mondo, ha aggiunto: «Si va in parrocchia e si trova una scritta sulla porta: “Il parroco riceve lunedì, giovedì, venerdì dalle 15 alle 16”; oppure: “Si confessa da questa a questa ora”. Queste porte aperte…».

Accogliere i giovani, ha ammesso Bergoglio, è «un po’ difficile. I giovani stancano, perché hanno sempre un’idea, fanno rumore, fanno questo, fanno quell’altro… E poi vengono: “Ma, vorrei parlare con te…” – “Sì, vieni”. E le stesse domande, gli stessi problemi. Stancano. Se vogliamo vocazioni: porta aperta, preghiera e stare inchiodati alla sedia per ascoltare i giovani. “Ma sono fantasiosi!…”. Benedetto il Signore! A te tocca farli “atterrare”. Ascoltarli: l’apostolato dell’orecchio. “Vogliono confessarsi, ma confessano sempre le stesse cose” – “Anche tu, quando eri giovane, ti sei dimenticato?”. La pazienza: ascoltare, che si sentano a casa, accolti; che si sentano ben voluti. E più di una volta fanno ragazzate: grazie a Dio, perché non sono vecchi. È importante “perdere tempo” con i giovani».

« Più che parlare loro, bisogna ascoltarli – ha aggiunto il Papa – e dire soltanto una “goccina”, una parola lì, e via, possono andare. E questo sarà un seme che lavorerà da dentro. Ma potrà dire: “Sì, sono stato con il parroco, con il prete, con la suora, con il presidente dell’Azione Cattolica, e mi ha ascoltato come se non avesse niente da fare”. Questo i giovani lo capiscono bene».

I giovani, ha spiegato Francesco «devono essere in moto, i giovani devono camminare; per lavorare per le vocazioni bisogna far camminare i giovani, e questo si fa accompagnando… Inventare, inventare azioni pastorali che coinvolgano i giovani, in qualcosa che faccia fare loro qualcosa: nelle vacanze andiamo una settimana a fare una missione in quel paese, o a fare aiuto sociale a quell’altro, o tutte le settimane andiamo in ospedale, questo, quello…, o a dare da mangiare ai senzatetto nelle grandi città… I giovani hanno bisogno di questo, e si sentono Chiesa quando fanno questo. Anche i giovani che non si confessano, forse, o non fanno la comunione, ma si sentono Chiesa. Poi, si confesseranno, poi, faranno la comunione; ma tu, mettili in cammino. E camminando, il Signore parla, il Signore chiama». I giovani devono camminare, non stare fermi. Quelli che «hanno tutto sicuro sono giovani in pensione! E ce ne sono tanti, oggi!».

Ascoltare e accompagnare i giovani significa confrontarsi con le loro domande, alle quali «è difficile rispondere! Io vi confesso, quando ho fatto le visite in alcuni Paesi o anche qui in Italia, in alcune città, di solito faccio una riunione o un pranzo con un gruppo di giovani. Le domande che ti fanno, in quei momenti, ti fanno tremare, perché tu non sai come rispondere… Perché sono inquieti, e questa inquietudine è una grazia di Dio, è una grazia di Dio. Tu non puoi fermare l’inquietudine. Diranno stupidaggini, a volte, ma sono inquieti, e questo è ciò che conta. E questa inquietudine è necessario farla camminare».

Infine il Papa ha sottolineato l’importanza della testimonianza. «Un ragazzo, una ragazza, è vero che sente la chiamata del Signore, ma la chiamata è sempre concreta, e almeno la maggioranza delle volte, la più parte delle volte è: “Io vorrei diventare come quella o come quello”. Sono le nostre testimonianze quello che attira i giovani. Testimonianze dei preti bravi, delle suore brave».

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