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Ciò che non si dice quando si parla di aborto

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Un tema fondamentale taciuto dai difensori dell’aborto procurato – certo non di quello spontaneo – sono i seri problemi psicologici a cui può andare incontro la donna dopo aver soppresso la vita del figlio.

In questo contesto si adopera l’espressione “Sindrome post-aborto”, a volte citata da qualche articolo “pro vita”. È stata creata dallo psicologo americano Vicent Rue nel 1981 per definire una condizione di stress post-traumatico che colpisce alcune delle donne che hanno abortito.

Non c’è ancora un consenso nella comunità medica per quanto riguarda l’uso di questo termine, perché gruppi “pro-aborto” affermano che la denominazione “sindrome post-aborto” sia stata creata da “conservatori” e da “religiosi” solo per promuovere l’agenda “pro-vita”.

Indipendente dagli orientamenti filosofici, religiosi e politici, è un dato di fatto che l’esperienza dell’aborto possa causare ripercussioni psicopatologiche. Abitualmente queste ripercussioni sono associate al “Disturbo di Stress post- traumatico” che è un disordine dell’ansietà provocata da un trauma. Questo disturbo si caratterizza per tre gruppi di sintomi che sono:

Reviviscenza del trauma: ricordo ricorrente, pensieri incontrollabili dell’episodio, sofferenza causata da stimoli relativi all’evento (per esempio, il panico quando si cammina sulla stessa strada su cui è avvenuto un fatto traumatico); Intorpidimento emotivo: perdita dell’interesse nelle attività quotidiane, sensazione di allontanamento nei confronti di altre persone e Iperstimolazione: insonnia, difficoltà di concentrarsi e irritabilità.

Nonostante le contestazioni di cui si parlava prima, l’attestazione dell’esistenza e la giustificazione per la definizione del “Disturbo post-aborto” è stata dimostrata in una pubblicazione sugli Acta Espanhola de Psiquiatria, del 2005, nella quale si evidenzia che, oltre ai sintomi di stress post-traumatico ormai citati, ci sono alcune caratteristiche psicopatologiche frequentemente osservate nelle donne che volontariamente hanno abortito, quali sogni e incubi ripetuti e persistenti che riguardano l’aborto, sensi intensi di colpa e “la necessità di riparazione” dell’azione praticata.

Quindi, anche nel campo della salute ci sono ostacoli seri da essere affrontati, purché si studi con obiettività la questione medico-psicologica che riguarda un aborto provocato.
Dal punto di vista morale – lo ricordiamo – l’aborto è un peccato gravissimo e va contro il quinto Comandamento della Legge di Dio (cf. Esodo 20,13). La Chiesa Cattolica, nel suo Codice di Diritto Canonico, canone 1398, afferma: “Chi provoca l’aborto seguendosi l’effetto, incorre in scomunica latae sententiae” (cioè automatica, ndr)”.

Questa scomunica riguarda in modo materiale i medici, le infermiere, le levatrici, ecc, che collaborano direttamente nell’aborto e in modo morale il marito, il fidanzato, l’amante, il padre, la madre, ecc, che magari hanno minacciato, stimolato o aiutato la sottomissione alle procedure abortive.

Anche la donna che ha partorito viene scomunicata, ma non sempre, visto che può trovarsi tra le attenuanti del canone 1324. Questo prevede la non scomunica della madre che ha abortito se: a) era solo in possesso parziale della ragione; b) si trovava sotto forte impeto di passione non provocato volontariamente da sé stessa e c) ha agito sotto coazione per paura grave.

Come si vede, Chiesa e Medicina, ognuno a suo modo, mirano a difendere la vita non di modo selettivo, ma totale: madre e figlio meritano vivere.

* Vanderlei de Lima è eremita nella Diocesi di Amparo (Brasile)

* Igor Precinoti è medico, con post-laurea in Medicina Intensiva (UTI), specialista in Infettivologia e con dottorato in corso in Clinica Medica presso l’Università di San Paolo del Brasile.
 

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