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America Latina, le alternative di Trump

Vatican Insider - pubblicato il 05/01/17

Anche se Donald Trump dal giorno della sua elezione, con le nomine della sua squadra di governo,  ha chiarito molte cose,  continua a rimanere un vero enigma per la comunità internazionale e lo è ancora di più – viste le numerose dichiarazioni fatte nel corso della campagna elettorale riguardo il  confine tra Stati Uniti e Messico – per i popoli e governi dell’America Latina, ma anche per la Chiesa cattolica. Ora che mancano circa due settimane al giorno del suo insediamento, il prossimo 20 gennaio, sta quindi crescendo una preoccupazione regionale che fin qui si è trasmessa sommessamente da una capitale all’altra. Tra i diplomatici dell’area è ricorrente la battuta: “un’enigma avvolto in un mistero”.

Trump, Messico e Cuba

Poco o nulla si sa sul pensiero di Trump riguardo i rapporti tra Washington e le Nazioni latinoamericane, un composito e articolato mosaico di popoli, politiche, programmi, governi e partiti politici al punto che non sono possibili generalizzazioni approssimative. Aree come il Messico, il Centroamerica, i Caraibi e Sudamerica presentano spesso somiglianze e vicinanze solo apparenti e già in passato altri inquilini della Casa Bianca hanno sbagliato le loro politiche perché incapaci di distinguere tali differenze.

Di questo complesso di culture latinoamericane Donald Trump non ne ha mai parlato, tranne che nel caso del Messico e quasi sempre per affrontare la questione del muro anti-immigrazione che vorrebbe far alzare tra i due Paesi a spese del governo messicano. L’altro argomento da lui toccato è Cuba ma ha detto cose diverse e contradditorie: prima ha valutato positivamente gli accordi per il riavvicinamento fra gli Stati Uniti e l’Isola caraibica, in seguito ha poi ceduto alle pressioni dei cubani fuoriusciti della Florida, e ha alzato il tono aggiungendo qualche ambigua minaccia sul futuro di queste intese. Questi due passaggi, Messico e Cuba, sono però di fondamentale importanza per delineare, anche se solo parzialmente, alcuni riferimenti sul rapporto bilaterale che potrebbe caratterizzare il futuro dei principali protagonisti del continente americano. E sono ugualmente rilevanti ed eloquenti altri silenzi nei quali Trump si è trincerato da sempre: la Colombia, il Brasile e il Venezuela.

Al Messico non sembra preoccupare particolarmente la minaccia del muro lungo i confini (oltre 3.150 km) bensì quanto Trump ha detto sulla revisione unilaterale del NAFTA (Trattato di libero commercio dell’America del Nord – North American Free Trade Agreement) per imporre dazi del 35% ai prodotti provenienti dal Messico. Questo Trattato del 1992 porta la firma anche del Canada e non sembra che il Premier Justin Trudeau sia propenso ad un tale inasprimento doganale e perciò non pochi analisti immaginano divergenze fra Ottawa e Washington. A La Havana, invece, ciò che più interessa non è la retorica anti-cubana di Trump e dei suoi consiglieri, quasi tutti schierati contro l’Accordo annunciato nel dicembre 2014, bensì la deroga o non dell’embargo, linea discriminante dell’intera politica internazionale dell’Isola. Nel 2015 il Messico ha esportato beni e servizi negli Stati Uniti per 316.400 milioni di dollari ottenendo un avanzo commerciale di 49.200 milioni di dollari. Accanto al danno che il Messico potrebbe subire da queste possibili misure di Trump c’è anche tenere presente la questione degli aiuti economici che i latinos residenti negli Stati Uniti inviano ai loro familiari rimasti nei Paesi d’origine. Nel 2015 queste somme hanno superato i 65.000 milioni di dollari. Se la minaccia di espulsione, massiccia o graduale, di 11 milioni di irregolari, in buona parte latinoamericani, dovesse concretizzarsi in politiche reali, le vite di milioni di famiglie latinoamericane sarebbero private di un vitale sostegno economico, con evidenti ed immediate conseguenze nefaste.

La Habana e Città del Messico sono dunque in attesa dei fatti e non più di spacconerie dette e poi smentite, contraddette, ridimensionate, negate. Si potrebbe dire che sia questo l’atteggiamento di tutti i Paesi e Governi dell’America Latina, dal Río Grande alla Patagonia e perciò i politici della regione hanno evitato con grande cura di esprimere opinioni o di fare analisi sul futuro dei rapporti con Washington.

I cinque punti in attesa delle prime misure di governo

Dietro molte frasi di circostanza espresse dalle cancellerie latinoamericane si celano preoccupazioni, incertezze e anche timori e ciò è vero anche nel caso delle chiese cattoliche regionali e delle relative 22 Conferenze episcopali. Come è stata sospesa qualunque dichiarazione da parte dei politici latinoamericani, così accade lo stesso con i principali esponenti cattolici dell’area. “Bocche cucite” sintetizza una testata cilena e un’altra colombiana aggiunge: “E’ meglio aspettare i fatti”. Per ora gli Episcopati della regione hanno fatto propria la linea del card. Pietro Parolin, che all’indomani della vittoria di Trump ha riassunto in cinque punti la condotta da tener fino alle prime misure di governo del neo eletto 45° presidente degli Stati Uniti d’America.

1. Prendiamo nota con rispetto della volontà espressa dal popolo americano con questo esercizio di democrazia.

2. Auguri al nuovo Presidente perché il suo governo possa essere davvero, fruttuoso e assicuriamo anche la nostra preghiera perché il Signore lo illumini e lo sostenga al servizio della sua patria, naturalmente, ma anche a servizio del benessere e della pace nel mondo.

3. Oggi c’è bisogno di lavorare tutti per cambiare la situazione mondiale, che è una situazione di grave lacerazione, di grave conflitto.

4. Vedremo come si muove il Presidente. Normalmente dicono: altro è essere candidato, altro è essere Presidente, avere una responsabilità.

5. Sui temi specifici vedremo quali saranno le scelte e in base a quelle si potrà dare anche un giudizio. Mi pare prematuro dare giudizi.

Le possibili scelte di Trump

Il Presidente Trump ha davanti a sé diverse alternative per quanto riguarda il rapporto con l’America Latina:

a) La politica del basso profilo incentrata soprattutto nella difesa degli interessi economici esisitenti nella regione, come già fecero Bush padre e Bush figlio, e quindi bassi livelli d’ingerenza e condizionamenti, almeno diretti ed espliciti. Insomma, rapporti di buon vicinato tra confinanti. Gli analisti statunitensi più avveduti ritengono che questa potrebbe essere la scelta prioritaria del neo Presidente che, com’è ben noto, non ha mai avuto attenzione per la regione latinoamericana. Si parla di “cauto interesse affaristico”.

b) La politica del target occasionale, e dunque un’impostazione dei rapporti bilaterali che si occupi di volta in volta dei focolai di tensione del momento, cominciando con il Venezuela e forse Cuba. Alcuni esperti ritengono che sia questa l’opzione più confacente alla personalità politica di Trump che tende a privilegiare la voce forte e l’annuncio perentorio. In questo caso s’ipotizza la cosiddetta “voce del padrone”.

c) La terza alternativa, “nessun cambiamento radicale”, è quella che per ora raccoglie più consensi e la chiamano il “consiglio di  Mark Feierstein”, dal nome del consigliere di Obama per l’America Latina. L’analista, grande conoscitore della realtà latinoamericana, ha consigliato a più riprese a Donald Trump di studiare a fondo quanto è accaduto nei rapporti bilaterali negli ultimi anni. “Vedrà, ha aggiunto Feierstein, che qualsiasi cambiamento contrario ai progressi raggiunti sarà un ritorno a politiche fallimentari”.

Molto di quanto potrebbe succedere dipenderà anche dal team che Trump sceglierà per farsi aiutare nei rapporti con l’America Latina. I candidati in questo momento sono quasi 20, tutte personalità di secondo livello, persone opache e poco preparate, e ciò rappresenta un’ulteriore incognita che preoccupa molto i Paesi latinoamericani. Tra loro si fanno i nomi di Luis Alvarado (California), Victor Landa, (editore di News Taco), Mario Bramnick e Alberto Degado (pastori evangelici cubano-americano), Mario Rodríguez (Orange County California), Javier Polit (ecuadoriano, Chief Information Officer per Coca Cola),  Eddie Aldrete (vicepresidente di IBC bank), e infine altri ispanici della Florida: José Felix Diaz, Carlos Trujillo.

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