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Il Papa: per asciugare una lacrima bisogna piangere con chi soffre

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Pope Francis leads his weekly general audience in St. Peter's Square in Vatican City, October 12, 2016. © Antoine Mekary / ALETEIA
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«Davanti alla tragedia della perdita dei figli, una madre non può accettare parole o gesti di consolazione, che sono sempre inadeguati, mai capaci di lenire il dolore di una ferita che non può e non vuole essere rimarginata. Un dolore proporzionale all’amore». All’udienza generale il Papa è partito dalla figura biblica di Rachele per sottolineare che le lacrime possono essere «semi di speranza»: «Per parlare di speranza a chi è disperato, bisogna condividere la sua disperazione; per asciugare una lacrima dal volto di chi soffre, bisogna unire al suo il nostro pianto», ha detto Francesco, che a conclusione della catechesi ha ricordato il «massacro» avvenuto nel carcere di Manaus, in Brasile, facendo appello «perché gli istituti penitenziari siano luoghi di rieducazione e di reinserimento sociale, e le condizioni di vita dei detenuti siano degne di persone umane».

Rachele, che nel libro della Genesi muore nel dare alla luce il suo secondogenito, viene presentata dal profeta Geremia, che si rivolge agli israeliti in esilio, «in una realtà di dolore e pianto», mentre piange per i figli che «sono morti andando in esilio»: «E per questo – ha chiosato Jorge Mario Bergoglio – Rachele non vuole essere consolata. Questo rifiuto esprime la profondità del suo dolore e l’amarezza del suo pianto. Davanti alla tragedia della perdita dei figli – ha proseguito il Papa – una madre non può accettare parole o gesti di consolazione, che sono sempre inadeguati, mai capaci di lenire il dolore di una ferita che non può e non vuole essere rimarginata. Un dolore proporzionale all’amore. Ogni madre sa tutto questo; e sono tante, anche oggi, le madri che piangono, che non si rassegnano alla perdita di un figlio, inconsolabili davanti a una morte impossibile da accettare. Rachele racchiude in sé il dolore di tutte le madri del mondo, di ogni tempo, e le lacrime di ogni essere umano che piange perdite irreparabili».

Il rifiuto di Rachele che non vuole essere consolata, ha detto ancora il Papa, «ci insegna anche quanta delicatezza ci viene chiesta davanti al dolore altrui. Per parlare di speranza a chi è disperato, bisogna condividere la sua disperazione; per asciugare una lacrima dal volto di chi soffre, bisogna unire al suo il nostro pianto. Solo così le nostre parole possono essere realmente capaci di dare un po’ di speranza. E se non posso dire parole così, col pianto, col dolore, meglio il silenzio, la carezza, il gesto e niente parole».

Dio, «con la sua delicatezza e il suo amore», risponde al pianto di Rachele «con parole vere, non finte», ha proseguito Francesco: ««Trattieni il tuo pianto, i tuoi occhi dalle lacrime, perché c’è un compenso alle tue fatiche – oracolo del Signore –: essi torneranno dal paese nemico. C’è una speranza per la tua discendenza – oracolo del Signore –: i tuoi figli ritorneranno nella loro terra». Il Papa ha spiegato: «Questa donna, che aveva accettato di morire, al momento del parto, perché il figlio potesse vivere, con il suo pianto è ora principio di vita nuova per i figli esiliati, prigionieri, lontani dalla patria. Al dolore e al pianto amaro di Rachele, il Signore risponde con una promessa che adesso può essere per lei motivo di vera consolazione: il popolo potrà tornare dall’esilio e vivere nella fede, libero, il proprio rapporto con Dio. Le lacrime hanno generato speranza. Questo – ha insistito il Papa – non è facile da capire, ma è vero, tante volte nella vita nostra le lacrime seminano speranza, sono semi di speranza».

Il testo di Geremia «è poi ripreso dall’evangelista Matteo e applicato alla strage degli innocenti», ha continuato il Pontefice argentino. «Un testo che ci mette di fronte alla tragedia dell’uccisione di esseri umani indifesi, all’orrore del potere che disprezza e sopprime la vita. I bambini di Betlemme morirono a causa di Gesù. E lui, agnello innocente, sarebbe poi morto, a sua volta, per tutti noi. Il Figlio di Dio è entrato nel dolore degli uomini: non dimenticare. Quando qualcuno si rivolge a me e mi fa domande difficili – ha detto ancora il Papa – per esempio: perché soffrono i bambini? Io non so cosa rispondere… soltanto dico: guarda il crocifisso, Dio ci ha dato il suo figlio, forse lì troverai una risposta, ma risposte di qui non ci sono. Solo guardando l’amore di Dio che dà suo figlio offre la sua vita per noi può indicare qualche strada di consolazione, e per questo diciamo che il figlio di Dio è entrato nel dolore degli uomini, lo ha condiviso ed ha accolto la morte. La sua parola è definitivamente parola di consolazione, perché nasce dal pianto».

Dopo la catechesi, che prosegue un ciclo dedicato alla speranza, il Papa ha ricordato che «ieri sono giunte dal Brasile le notizie drammatiche del massacro avvenuto nel carcere di Manaus, dove un violentissimo scontro tra bande rivali ha causato decine di morti. Esprimo dolore e preoccupazione – ha detto Francesco – per quanto accaduto. Invito a pregare per i defunti, per i loro familiari, per tutti i detenuti di quel carcere e per quanti vi lavorano. E rinnovo l’appello – ha concluso il Papa – perché gli istituti penitenziari siano luoghi di rieducazione e di reinserimento sociale, e le condizioni di vita dei detenuti siano degne di persone umane. Vi invito a pregare per questi detenuti morti e vivi e anche per tutti i detenuti del mondo, perché le carceri siano per reinserire e non siano sovraffollati, siano posti di reinserimento, preghiamo la Madonna madre dei detenuti».

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