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Quei cristiani “più buoni di Gesù” che lo ostacolano

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La Croce - Quotidiano - pubblicato il 31/12/16


Nel corso del dialogo il Principe si trova davanti a una domanda fondamentale: come deve comportarsi il cristiano di fronte a un assassino che sta cercando di uccidere un uomo? E per arrestare i delitti più atroci di una banda di tagliagole è lecito impiegare la forza delle armi?

Ebbene, secondo il tolstoismo rappresentato dal Principe un cristiano non deve in alcun modo disarmare con la forza. Deve unicamente cercare di persuadere con la testimonianza personale. Anche pregare per invocare un intervento diretto di Dio in modo da bloccare l’atto omicida palesa una intenzione sacrilega, dice il Principe. Il male è solo un errore. Il Vangelo agisce per via gnostica: il male si vince risvegliando alla luce di una ragione e di una coscienza superiori l’uomo ancora accecato: «Chi realmente è pieno del vero spirito evangelico troverà in sé, quando è necessario, la facoltà di influire e con parole e con i gesti e con tutto il proprio aspetto sullo sciagurato fratello che vuol commettere un omicidio o qualche altra azione malvagia; egli saprà produrre su di lui un effetto così sconvolgente che di colpo comprenderà il proprio errore e rinuncerà alla sua falsa strada. […] Soltanto un uomo ripieno dello spirito evangelico troverebbe in questa circostanza come in ogni altra la possibilità di risvegliare nelle anime ottenebrate quel bene che si nasconde nell’intimo di ogni creatura».

Qui Soloviëv si oppone. «Perché mai – domanda il signor Z., il personaggio che nei dialoghi dà voce invece alle posizioni di Solov’ëv – Cristo non ha usato la forza dello spirito evangelico per risvegliare il bene nascosto nell’anima di Giuda, di Erode, dei sommi sacerdoti ebrei e infine di quel  cattivo  ladrone del quale di solito ci si dimentica del  tutto, quando si parla del suo compagno buono?».

La discussione tra il Principe e Z. poggia sul valore di quello che oggi siamo soliti chiamare dialogo. Il Principe, cioè Tolstoj, è convinto che il dialogo faccia venire alla luce la verità e il bene nascosti nel cuore di ciascuno. L’uomo non deve fare altro che riscoprire il principio spirituale che è in lui e fa tutt’uno con Dio. La salvezza gli viene dalla presa di coscienza di questa scintilla divina. Sono gli ingredienti di una gnosi allo stato embrionale.

Z. – cioè Solov’ev – fa osservare invece che Cristo non ha dialogato con Erode, né con Caifa, con Giuda o col cattivo ladrone. Perché mai allora, chiede, perdonando i suoi nemici Cristo «non ha liberato le loro anime dalle terribili tenebre in cui giacevano? Perché non ha vinto la loro malvagità con la forza della sua dolcezza? Perché non ha risvegliato il bene che dormiva in loro, perché non ha illuminato e rigenerato il loro spirito? In una parola perché non ha agito su Giuda, su Erode e sui sommi sacerdoti giudei, come ha agito sul solo buon ladrone? Di bel nuovo dunque: o Egli non poteva o non voleva. In entrambi i casi, stando alla vostra opinione, ne scaturisce che Egli non era sufficientemente compenetrato dal vero spirito evangelico».

È questo, dunque. Il vero antivangelo è quello di Tolstoj: se applicata fino in fondo, la sua posizione arriva ad imputare a Cristo la responsabilità per la sua stessa persecuzione. Neppure Cristo è stato sufficientemente evangelico. Anche il tolstoismo dunque si vuole “più buono di Gesù”.

No, obietta Solov’ev. A meno di non voler svisare e mutilare il testo dei quattro Vangeli rimane incontestabile «che Cristo ha subito una crudele persecuzione e la condanna a morte a motivo dell’odio che gli portavano i suoi nemici».
Ciò che l’ottimismo irreale e disincarnato di Tolstoj ignora è l’estrema serietà del male. Non lo si può ridurre a un retaggio del passato, a un difetto di educazione o a una mancanza di conoscenza. No, il peccato è una volontà cattiva, è odio a Dio.

Gli argomenti di Solov’ev sono i più classici. L’uso della forza non è affatto un male in sé. È immorale se degrada la persona al rango di cosa, è morale se difende la sua dignità minacciata. Non esiste una “morale cristiana”. Non esiste una morale per i cristiani e una morale per i non cristiani. La morale esiste come ordine dell’essere, come ordine del mondo (l’«oggettività della morale», non si stancava di ricordare il grande arcivescovo di Genova, Giuseppe Siri). L’ordine morale non si realizza da solo, spontaneamente, ma anche grazie alla cooperazione umana. L’uomo a giusto titolo si oppone dunque al male e difende il bene. Feroce non è l’uomo la cui coscienza non è ancora pervenuta alla maturità o all’illuminazione, è l’uomo che scegliendo il male va risolutamente contro coscienza e ragione. Oltre a me e al criminale, in un conflitto è coinvolta anche una terza persona: la vittima della violenza maligna, che mi interpella. E il primo dettame della coscienza è: soccorri la vittima.

E chi sono, per tornare alle battaglie dei nostri giorni, le vittime di famiglie senza padri né madri? Sono prima di tutto i bambini, i più indifesi perché privi di forza fisica e psicologica, privi anche del potere che può dare la conoscenza dell’adulto. Ogni guerra tra adulti e bambini è una guerra asimmetrica. Una coscienza cristiana qui non si può sbagliare. La prima parola d’ordine: bisogna soccorrere la vittima. Anche alzando muri, qualora servisse.

(FONTE: “LA CROCE” QUOTIDIANO, 19 SETTEMBRE 2015)

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cattolici in politicapolitica

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