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Oceania

Disney
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Una occasione per andare al cinema coi più piccoli

di Vania Amitrano

Dopo La principessa e il ranocchio (2009) i registi Ron Clements e John Musker tornano a dirigere un lungometraggio animato, ma questa volta si tratta del loro primo film interamente realizzato in computer grafica 3D, Oceania. Il titolo originale dell’opera, nonché il nome stesso della protagonista, è Moana, che significa oceano, ma nella versione tradotta diversi paesi hanno scelto di modificarlo in Vaiana, che in tahitiano significa acqua di grotta.

Vaiana è infatti una principessa del Pacifico meridionale dotata di una misteriosa capacità di comunicare con l’oceano. Sin dall’infanzia vive nel villaggio di cui suo padre è il capo e cresce ascoltando i racconti e le leggende narrati dalla nonna paterna sul suo popolo. Diventata grande Vaiana intende scoprire perché la sua gente ha smesso di esplorare il mondo al di là della barriera corallina; anche l’oceano sembra averla scelta per compiere una missione che potrebbe salvare da una terribile minaccia il destino del suo popolo e quello di molte altre isole vicine. Vaiana così con coraggio e armata solo del suo entusiasmo parte alla ricerca di un semidio, Maui, il solo che potrebbe ristabilire l’equilibrio dell’oceano.

In Oceania, come spesso accade nelle produzioni Disney, il fascino delle antiche leggende maori si mischia e si lega a influenze più moderne come la ricerca di un equilibrio tra uomo e natura nel reciproco rispetto, la spinta a dare valore ai sogni e il desiderio di scoperta del nuovo come fonte di progresso per la comunità. Si tratta inoltre del secondo lungometraggio Disney con una protagonista di origine polinesiana dopo Lilo & Stitch.

Vaiana ha solo sedici anni, si trova a compiere un’impresa che è decisamente al di sopra delle sue possibilità e si lancia letteralmente verso l’ignoto. L’entusiasmo iniziale che la anima però si va presto spegnendo nella storia. Man mano che la protagonista si allontana dalla sua famiglia infatti sembra affievolirsi sempre di più la sua spinta motivazionale interna. La voglia di partire alla scoperta del mondo, la necessità di comprendere e affermare la propria identità e il desiderio di salvare il proprio popolo da una sconosciuta minaccia sono gli elementi che inducono Vania a sfidare le sue tradizioni e l’oceano ignoto, ma nel corso del racconto si vanno un po’ perdendo in favore della costruzione di un altro personaggio singolare e assai più divertente, Maui.

Maui non è proprio un dio, anzi non lo è affatto, è un esibizionista, arrogante ed egocentrico che è stato dotato dagli dei di un gigantesco arpione magico che gli consente di mutare forma in qualsiasi altro essere vivente. Questo personaggio, oltre ad essere l’unico in grado di salvare il suo mondo, è anche in realtà il vero colpevole della minaccia che incombe sull’isola di Vaiana. In questo risiede il vero problema del film. Perché la vicenda, anche quelle interiore, e le caratteristiche molto particolari del coprotagonista maschile rischiano di diventare forse anche più interessanti rispetto alla storia della vera protagonista.

Perciò mentre il pubblico è affascinato dalle divertenti performance di Maui, dei suoi tatuaggi animati e dalla scoperta del suo misterioso passato – una vicenda anche metaforicamente interessante sull’amore -, rimane poco avvinto dalla storia della protagonista Vaiana, che invece fa fatica ad emergere.

La computer grafica permette di realizzare anche in questo film un piccolo capolavoro che desta ammirazione soprattutto per la cura con cui sono resi i sorprendenti dettagli dei movimenti dell’acqua e dei capelli. Tuttavia la storia che veramente regge la vicenda, quella riguardante Maui e il cuore di Te Ká , una terribile e mostruosa strega di lava ispirata a Pele, la divinità del fuoco e dei vulcani nella mitologia hawaiana, avrebbe meritato un maggiore approfondimento. Soprattutto alla luce del fatto che si tratta di una storia assai poco corale e dunque molto più intima di quanto non sembri.

QUI L’ORIGINALE

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